Scafisti, storie di disperati che fuggono

e di chi ne approfitta per soldi

di Giampiero Canneddu (17 agosto 2002)

 

 

 

"…così arriva la fine del mese e iniziano i preparativi per il ritorno, ma non sappiamo più cosa voglia dire ritorno; è quello dell'inizio del mese… il ritorno verso i parenti, oppure è quello della fine del mese… il ritorno verso il Paese dove viviamo?" (Fatima Azaoui)

 

L’Italia presuntuosetta e distratta non è l’unica terra promessa degli immigrati clandestini alla ricerca di una nuova terra in cui vivere e lavorare. L’Italia è una delle tante, e forse non la principale, delle destinazioni possibili. E, prima di catalogare il problema alla voce “ordine pubblico”, pensando a fermare le navi e i gommoni anche con le armi se necessario, meglio pensare a chi fugge. Se fugge, lasciando la sua casa e la sua terra, ha una ragione. Eccone qualcuna.

A Cuba fuggono i dissidenti e i poveri. I primi sono silenziosi e rischiano l’arresto (o la morte, visto che la pena capitale sopravvive solo per il reato di tradimento della patria). I secondi sono tantissimi, forse quasi tutta la popolazione, che vive con uno stipendio medio equivalente a 10 dollari al mese, quando la soglia di povertà stabilita dall’Onu è di un dollaro al giorno. Anche fuggire può costare la prigione, mentre chi i viaggi li organizza viene considerato “terrorista imperialista”. Per questo le coste sono pattugliate quotidianamente e anche le spiagge dei turisti sono guardate a vista da poliziotti del ministero, attenti soprattutto ai cubani che si avvicinano. Si viaggia di notte, su barche che partono da Miami o da altre località della Florida. Il “passaggio” costa 8mila dollari.

In Mali e in Burkina Faso, Africa centrale, sono i bambini che partono, spesso contro la loro volontà. Esiste un traffico internazionale, per portarli nelle piantagioni di cacao della Costa d’Avorio, come manodopera a basso costo. Il Mali ha introdotto una legge, perché ogni bambino che viaggia all’estero sia munito di un visto.

In tutto il mondo sono due milioni l’anno i bambini vittime della criminalità. In Europa, 6mila l’anno arrivano dai paesi dell’Est e molti diventano “oggetti del desiderio” di chi pratica sesso a pagamento. Nel 2001 in Italia solo il 5% delle piccole schiave erano riuscite ad uscire dal giro denunciando i loro sfruttatori.

Chi parte dalla Cina invece a volte non paga il biglietto. C’è chi arriva in aereo, come clandestino, con il viaggio pagato da Occidente, da un “imprenditore” che ha lasciato il suo paese da tempo e ha fatto fortuna. L’immigrato non paga, ma resta vincolato all’imprenditore fino a dieci anni, costretto a lavorare per lui in aziende tessili clandestine o nei ristoranti. Vive, insieme ad altri “schiavi”, in piccole case trasformate in dormitorio. E spesso non può nemmeno uscire senza il permesso del padrone. In questo commercio, sono fondamentali anche i bambini: vanno a scuola e imparano l’italiano prima dei grandi. Hanno 13-14 anni quando vengono inviati, da soli, in porti, aeroporti e stazioni ferroviarie per prelevare i nuovi ospiti che, da soli, non saprebbero nemmeno leggere il nome della città in cui sono sbarcati: non conoscono l’alfabeto occidentale.

Si arriva in aereo anche dall’America Latina. Nel 2001 a Milano furono respinti alla frontiera 40 immigrati dell’Ecuador, appena atterrati a Malpensa. Avevano pagato 1.300 dollari ciascuno a un’agenzia ecuadoregna per il biglietto di sola andata Santo Domingo-Milano. Avrebbero viaggiato mescolati ai turisti di ritorno dai Caraibi. Il sospetto è che l’agenzia abbia preteso anche soldi sottobanco, per “oliare il meccanismo”. In più gli aspiranti immigrati hanno dovuto procurarsi anche 1.400 dollari per dimostrare che erano in grado di mantenersi all’estero, altrimenti non avrebbero ricevuto il visto. In cambio hanno avuto il biglietto aereo, il voucher di un albergo di Milano chiuso da quattro anni e ele indicazioni per raggiungere da Malpensa la stazione ferroviaria per prendere un treno per Madrid, la loro destinazione finale. I quasi 3mila dollari a testa li hanno ottenuti con il prestito di usurai. Al loro ritorno in Ecuador, dopo essere stati respinti, hanno dovuto trovare i soldi per restituirli.

In Australia arrivano circa 5mila emigrati l’anno, molti dei quali profughi. La maggior parte sono afghani o irakeni, ma anche dagli altri paesi asiatici. Arrivano con “carrette del mare”: l’anno scorso 434 rifugiati furono tratti in salvo da un cargo norvegese, prima che la loro nave affondasse. L’Australia li accoglie tutti in sei centri, compresi coloro che chiedono asilo politico, e nei centri si puù restare anche per oltre quattro mesi, prima che si venga riconosciuti come profughi.

Le poche miglia che separano l’Africa dall’Europa, attraverso lo stretto di Gibilterra e la distanza esigua tra le coste dell’Africa occidentale e le Canarie, fanno della Spagna una “porta d’Europa”. A Gibilterra passano marocchini, arabi ma anche asiatici, attirati dalla facilità del passaggio. Il Marocco ha fermato, nell’intero 2000, 35mila persone prima che tentassero lo sbarco. E la Spagna ha accusato il paese africano di non fare abbastanza. Alle Canarie arrivano persone della Sierra Leone o del Camerun, spesso gettate a mare quando sono in vista delle coste dalle navi che hanno offerto loro un passaggio. Nell’agosto scorso sono morti in nove, tentando l’ultima traversata a nuoto.

Un’inchiesta della polizia di qualche mese fa spiegò come tantissime ragazze dall’ex Unione Sovietica potessero arrivare in Italia per alimentare il mercato della prostituzione. Inserzioni sui giornali e passaparola indicavano un’agenzia di Minsk, in Bielorussia, come “quella giusta” per ottenere biglietti e visti a buon prezzo per l’Italia. Le ragazze si presentavano, convinte di poter arrivare in Italia e trovare un lavoro da colf. Passavano dall’Austria o dalla Slovenia, o atterravano a Verona in aereo. Il visto era falso, stampato in Francia. E una volta in Italia il passaporto veniva requisito e le ragazze, con minacce e botte, spedite nei night.

Per arrivare dal Messico agli Stati Uniti si può anche attraversare il deserto. I messicani partono, con zaini pieni di viveri ed acqua, per valicare il confine dove il confine è solo terra arida e sabbia. I morti di sete e di fame, durante il tentativo di raggiungere la prima città del New Mexico sono numerosi. Accade lo stesso nel Sahara: dal centro Africa i disperati vogliono arrivare alle coste del Maghreb. A volte si sa che muoiono, perché vengono trovati i corpi. Spesso non se ne sa più nulla.

 

 

 

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