A Santo Domingo nell’estate 1988 le case restavano

senza elettricità per alimentare gli alberghi

di Luisa Cagna (4 agosto 2001)

 

 

Sono passati anni da quando, appena ventenne, atterrai all’aeroporto di Santo Domingo, ma i fatti accaduti alcuni mesi fa, la repressione delle proteste scatenate da chi si vedeva togliere l’assistenza sanitaria, mi hanno fatto tornare in mente colori, occhi, sorrisi e lacrime. Quando toccammo terra in piena notte, in quell’aeroporto sconosciuto, stravolti per due giorni di viaggio, tra uno scalo e l’altro avevamo perso aerei e valigie, mi trovai in un altro mondo, strano, diverso e affascinante. Alla dogana due poliziotti ci accolsero ridendo: “Italiani? Mussolini, Claretta Petacci”. Io subito non capii, per me quei nomi erano lontani, evocavano una realtà che sfugge all’italiano medio moderno, poi pian piano visitando musei ed edifici pubblici mi resi conto che il paese usciva da un periodo di dittatura e Trujillo nell’instaurare il regime aveva preso ad esempio il Duce. Un paese che assaporava la libertà ma che lo faceva tra mille contraddizioni.

Quando il giorno successivo ci svegliammo ed uscimmo dall’albergo, ci rendemmo conto che nulla era come lo immaginavamo, odori e colori intensi, ma come bloccati in un’atmosfera liquida, il caldo amplificava l’aroma dolciastro della frutta abbandonata a terra dopo i mercati, una musica continua si sentiva nei locali e per le strade, e i bambini. I bambini avevano negli occhi un’espressione malinconica, seguivano i turisti offrendo ogni tipo di cosa o di prestazione, molti vivevano in strada. Salimmo su di un taxi, guidato da un simpatico autista dalla faccia rotonda, si partì con la musica a palla. Ci fece fare il giro della città, visitammo i quartieri ricchi e quelli poveri, accanto alle baracche c’erano i campi da golf. Poi ci fermammo per il pranzo, il tassista mangiò con noi poi, dopo avere finito la birra, ruppe la bottiglia sul selciato: “Perché fai così” chiese qualcuno, “non sarebbe meglio buttarla nel cestino?”. “C’è la democrazia” rispose lui, “si può fare quel che si vuole”. Poche parole, ma piuttosto significative. Passammo nella capitale pochi giorni, per aspettare le valigie perdute, poi salimmo su di un autobus diretti verso Samanà, una penisola sulla costa settentrionale del paese, dove abitavano italiani che ci avrebbero trovato una sistemazione, allora non c’erano ancora i villaggi turistici.

Viaggiamo attraverso foreste, capanne di foglie di palma, bambini scalzi, dai grossi sorrisi, sedie di legno intarsiato con fodere di velluto, televisori, quelle cose che un paese povero e reduce da un regime totalitario vede come simboli del mondo moderno, civilizzato. E poi musica, il merengue ci accompagnò per ore, tra villaggi, bananeti e foresta. Quando arrivammo a Samanà era notte, ci sistemammo in un piccolo albergo, nel centro del paese, che contava una pizzeria (poteva mancare?), un paio di ristoranti, un locale da ballo all’aperto, una chiesa e pochi negozi. Il giorno successivo andammo a cercare le persone che dovevano aiutarci a trovare una sistemazione, abitavano in una fattoria, un rancho. Quel giorno ci rendemmo conto di qualcosa che prima non avevamo immaginato: l’appartamento in cui avremmo dovuto restare per quindici giorni altro non era che l’unica abitazione di un’intera famiglia (otto persone), che per l’estate ci lasciava la propria casa, loro avrebbero dormito nell’emporio adiacente l’abitazione, per terra. Una fortuna se si pensa che in quel modo avrebbero goduto anche loro dei vantaggi del turismo. Ma solo l’albergo sulla collina aveva diritto a tutti i privilegi. Già la prima sera (lì la notte cala molto presto, alle sei si fa già scuro) scoprimmo che dopo una certa ora in casa la luce non c’era più.  Pensammo fosse un caso, ma la cosa si ripetè. La spiegazione era semplice: tutta l’energia elettrica serviva all’hotel sulla collina e così il paese restava al buio. Curioso inconveniente. Credete che i dominicani se ne facessero un cruccio, definirli adattabili è riduttivo, erano allegri e si accontentavano di quello che avevano…. Bastava questo a privarli di tutto? La vacanza, ma fu molto più di questo, continuò tra black out, “uaua” (pulmini tutto fare stracolmi di persone e di musica, che andavano verso le spiagge), aragoste, piogge torrenziali, balli al chiaro di luna, mal di pancia e sempre un’invincibile malinconia, almeno per me, di fronte a quelle miriadi di persone, che non avevano niente, tranne che un sorriso e un po’ di musica, ma non sembravano aver bisogno d’altro.

Poi lasciammo Samanà, qualcuno stava davvero male, aveva bisogno di riprendersi prima di ripartire per l’Italia. Così dopo aver sperimentato la vita a Santo Domingo, sperimentammo quella in un non posto, un villaggio turistico nei pressi della capitale. Lì ci rendemmo conto di come, all’interno di queste strutture il tempo si fermi: niente musica, niente sorrisi, ma niente black out, niente bambini stracciati. Il neutro nulla. Ma forse noi aspiriamo a questo.

 

LINKS

Guida a Santo Domingo (in spagnolo)

C’è una pagina web con i racconti di persone che hanno fatto turismo sessuale a Santo Domingo e vogliono dare consigli su come fare. Non mettiamo il link, per rendere la vita un po’ più difficile ai loro “simili”. Ma, se volete leggerle per conoscere storie di giovani ragazze, madri e mogli, che per non far soffrire la fame dei loro bambini si vendono ai turisti per 100 dollari a notte, cercatele.

 

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