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Le e-mail di Rachel Corrie alla famiglia (tradotte dal website dell’International Solidarity Movement) |
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febbraio 2003 Ciao amici,
ciao famiglia, ciao a tutti, sono in Palestina da due settimane e un giorno ormai, e ancora non trovo le parole per descrivere quello che vedo. È difficile per me pensare a quello che succede qui, quando mi siedo e scrivo a voi negli Stati Uniti. Qualcosa come un portale virtuale nel lusso. Non so se molti dei ragazzini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei proiettili di carro armato nel muro o le torri di un esercito di occupazione che li tengono d’occhio dall’orizzonte. Penso, anche se non ne sono così sicura, che anche il più piccolo di questi bambini capisca che la vita non è così dappertutto. Un bambino di otto anni è stato colpito e ucciso da un carro armato israeliano due giorni prima che arrivassi qui. Gli altri bambini mi hanno mormorato il suo nome, Ali, o mi hanno indicato i manifesti con il suo viso incollati ai muri. I bambini si divertono anche a mettere alla prova il mio scarso arabo. Mi chiedono «Kaif Sharon?», «Kaif Bush?» e si mettono a ridere quando rispondo «Bush majnoon», «Sharon majnoon», nel mio arabo da principiante (Com’è Sharon? Com’è Bush? Bush è pazzo, Sharon è pazzo). Naturalmente non è proprio quello che penso e qualcuno degli adulti che parlano inglese mi corregge: «Bush mish majnoon», Bush è un uomo d’affari. Oggi ho provato a imparare a dire «Bush è un burattino», ma non credo che abbiano fatto la traduzione giusta. In ogni caso, qui ci sono bambini di otto anni che hanno preoccupazioni sugli equilibri di potere del mondo, più di quanti io ne avessi pochi anni fa. Nemmeno mille letture, partecipazioni a conferenze, visioni di documentari o mille parole mi avrebbero potuto preparare per la realtà della situazione qui. Semplicemente, non puoi immaginartelo finchè non lo vedi. Ed anche quando ne sei ben consapevole, la tua esperienza non è per nulla la realtà: immagina i problemi che avrebbe l’esercito israeliano, se colpisse una cittadina statunitense disarmata, o il fatto che io ho i soldi per comprare dell’acqua anche quando bombardano un pozzo, o il fatto, naturalmente, che io posso andarmene quando voglio. Nessun membro della mia famiglia è stato colpito mentre guidava la sua auto, da un lanciarazzi posizionato su una torre di guardia che svetta in fondo alla strada principale della mia città. Io ho una casa, io posso andare a vedere l’oceano. Quando esco per andare a scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci sarà un soldato armato fino ai denti, a metrà strada tra Mud Bay e Olympia, che mia spetta a un posto di blocco, con il potere di decidere se posso andare a farmi gli affari miei e se posso tornare ancora a casa, quando ho finito di farmeli. Alla fine di questo divagare di pensieri, io sono a Rafah: è una città di 140mila abitanti, circa il 60 per cento dei quali profughi, molti dei quali profughi per due o tre volte. Oggi, quando sono salita sul mucchio di rovine che una volta erano case, i soldati egiziani; poco oltre il confine, mi hanno gridato “Vattene, vattene”, perché avevano visto arrivare un carro armato. Poi mi hanno salutato e mi hanno chiesto: “Come ti chiami?”. C’è qualcosa di fuori luogo, in questa curiosità. Mi ha ricordato che, in fondo, siamo tutti ragazzi curiosi di altri ragazzi. Ragazzi egiziani che gridano a una strana donna che sbarra la strada ai carri armati. Ragazzi palestinesi colpiti dai proiettili dei carri armati, quando sbucano da dietro i muri per vedere che cosa succede. Ragazzi di tutte le nazioni che si mettono davanti ai carri armati sventolando bandiere. Ragazzi israeliani rinchiusi nell’anonimato dei loro carri armati, spesso gridando, qualche volta salutando, molti costretti ad essere lì, molti solo aggressivi, pronti a sparare alle case appena ce ne andiamo. Ho avuto problemi ad avere notizie dal mondo qui fuori, ma ho saputo che un’escalation della guerra in Iraq è inevitabile. Qui c’è grande preoccupazione su quella che si chiama “la rioccupazione di Gaza”. Gaza è rioccupata ogni giorno in svariati modi, ma qui la paura è che i carri armati entrino in tutte le strade e si fermino, anziché affacciarsi solo in qualche strada e andarsene dopo qualche ora di osservazione e qualche sparo dai confini dei villaggi. Se la gente degli Stati Uniti non ha ancora pensato alle conseguenze di questa guerra, per gli abitanti dell’intero Medio Oriente, spero che cominciate a farlo voi. Il mio amore a tutti voi, alla mamma, a Smooch. Il mio amore a Fg e Barnhair e Sesamees e alla Lincoln School. Il mio amore a Olympia. Rachel 22 febbraio 2003 Vi voglio bene. Mi mancate davvero. Ho avuto brutti incubi di carri armati e bulldozer fuori dalla nostra casa, con me e te dentro. Qualche volta l’adrenalina funziona da anestetico per settimane e poi, la sera o la notte, un pochino della realtà della situazione mi colpisce di nuovo. Sono terrorizzata per la gente di qui. Ieri ho visto un padre tenere per mano i suoi figlioletti, sotto il tiro di carri armati, torrette, bulldozer e jeep. Pensava che stessero per far esplodere la sua casa. Io e Jenny eravamo nella casa, insieme ad altre donne e bambini più piccoli. Era stato un nostro errore di traduzione a fargli credere che avessero minato la sua abitazione. In effetti, l’esercito israeliano stava per far detonare l’esplosivo il terreno confinante, che sembrava essere appartenuto alla resistenza palestinese (…) |
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