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memoria di Rachel Corrie, morta schiacciata da un bulldozer in Palestina (10 maggio 2003) |
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Negli Stati Uniti, se in questi giorni devono pensare a una donna-eroe, hanno in mente Jessica Lynch, il “soldato Jessica”, l’unica di nove marines sopravvissuta a un’imboscata in Iraq, salvata con un’azione da film in un ospedale dai commilitoni. Ha sparato fino all’ultimo al nemico, raccontano le epiche descrizioni della sua impresa, prima di cadere nelle sue mani, con le gambe spezzate e un proiettile in corpo. Ha 19 anni e avrebbe fatto la maestra elementare, se avesse trovato lavoro. La disoccupazione e la tradizione di famiglia l’hanno spinta ad arruolarsi. Chissà se qualcuno ricorda ancora Rachel Corrie, che di anni ne aveva ventitrè e la sua storia non potrà più raccontarla perché è morta. Come la soldatessa ferita, aveva un compito: lottare per la pace e la giustizia. Al soldato Jessica hanno dato un fucile e l’ordine di andare a combattere in Iraq, perché quella, secondo il suo presidente, era la strada per portare alla pace e alla giustizia. Rachel Corrie è partita da sola, spinta dal suo animo. Invece di frequentare l’ultimo anno di università all’Evergreen College, se n’è andata in Palestina, volontaria di un’organizzazione, l’International Solidarity Movement. Non aveva fucili e la sua divisa era una pettorina arancione fluorescente. Era partita a gennaio, avrebbe dovuto tornare a casa a fine marzo per laurearsi. La sua missione era accompagnare i bambini palestinesi che andavano a scuola, perché con la sua presenza non fossero presi di mira dai soldati israeliani, portare avanti un progetto per i ragazzi dei territori, come un doposcuola, oppure stare in piedi di fronte ai bulldozer che quotidianamente abbattono le case nei Territori. Scavi alla ricerca di esplosivi, secondo Israele, preludio alla costruzione di un muro che separi le case dei coloni da quelle dei “nemici”, secondo la Palestina. |
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Rachel Corriein un momento di relax: amava giocare a calcio, il giardinaggio e le poesie di Neruda |
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Rachel era “in missione”, la mattina del 16 marzo. Aveva la pettorina arancione e un megafono. Era insieme al suo compagno di casa, che poi era un disordinato e modesto bilocale a Rafah, nei Territori palestinesi vicino ai confini con l’Egitto. Quella mattina i bulldozer scortati dai soldati avrebbero dovuto proseguire nel loro compito. Rachel avrebbe fatto come gli altri giorni: disarmata, in piedi davanti alla pala meccanica, avrebbe cercato di fermarli. «Nemmeno mille pagine di libri, mille documentari, mille conferenze o mille racconti avrebbero potuto prepararmi a quello che ho visto qui» aveva scritto alla sua famiglia a febbraio. Non avrebbe risolto la questione medio-orientale, fermando quei mezzi. Ma si sarebbe sentita utile: «Aveva un cuore troppo grande per arrendersi» raccontano i suoi amici. Non si arrese. Si fermò, megafono alla mano, davanti al bulldozer, che però avanzava. Così provò a scalare il monte di terra che la pala stava accumulando davanti a sé. I testimoni raccontano che era riuscita a salire fino all’altezza della cabina del guidatore: «Non può non averla vista». Ma, che sia per errore o di proposito, non si è fermato. È scivolata sul monte di terra, cadendo. E i detriti l’hanno schiacciata. Per due volte la pala ha straziato il suo corpo. Quando gli altri volontari sono riusciti a fermare il bulldozer, era a terra che sanguinava, svenuta. Ha ripreso conoscenza solo per qualche istante all’ospedale di Rafah. «Ho la schiena spezzata» ha detto. Poi si è addormentata. Per sempre. |
Rachel conil suo megafono davantia un bulldozer.La fotoè stata scattatapochi minuti primadella sua morte |
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Il corpo di Rachel è stato
trasportato negli Stati Uniti. Il governo Usa ha chiesto a Israele di aprire
un’inchiesta. Israele ha detto che lo farà, ma ha anche detto
che Rachel e gli altri pacifisti sono «incoscienti» e si è
rifiutato di spiegare perché il personale che ha accompagnato, anche
in quella circostanza, l’azione del bulldozer, non ha fermato il
guidatore. La verità non si saprà probabilmente mai. E, ora che
Rachel non può più parlare, non parlano i suoi messaggi
né il suo esempio. Un quotidiano di Seattle ha pubblicato una
fotografia di Rachel mentre bruciava una bandiera americana, in una
manifestazione contro la guerra in Iraq a Rafah. I messaggi contro di lei,
definita anti patriota e traditrice, si sono sprecati. Lei lo aveva
raccontato via mail alla madre, di aver compiuto quel gesto: era una bandiera
disegnata dai bambini, sperava solo di attirare con lo choc
l’attenzione dell’opinione pubblica. I messaggi per lei si sono
sprecati, in Palestina. I siti web delle organizzazioni terroristiche hanno pubblicato
la sua foto, con l’onore che si riserva ai “martiri” degli
attentati suicidi. Alla sua commemorazione voluta da Arafat hanno partecipato
anche rappresentanti vicini a quei gruppi. A quella che i suoi amici hanno
organizzato a Rafah, si è presentato un blindato dell’esercito
israeliano. Ha gettato lacrimogeni sui pacifisti e sui palestinesi riuniti. I
palestinesi sono scappati, temendo il peggio. I pacifisti hanno gettato i
fiori che avevano sul mezzo militare. «Oggi, quando sono salita sul
mucchio di rovine che una volta erano case, i soldati egiziani; poco oltre il
confine, mi hanno gridato “Vattene, vattene”, perché
avevano visto arrivare un carro armato. Poi mi hanno salutato e mi hanno
chiesto: “Come ti chiami?”. C’è qualcosa di fuori
luogo, in questa curiosità. Mi ha ricordato che, in fondo, siamo tutti
ragazzi curiosi di altri ragazzi. Ragazzi egiziani che gridano a una strana
donna che sbarra la strada ai carri armati. Ragazzi palestinesi colpiti dai
proiettili dei carri armati, quando sbucano da dietro i muri per vedere che
cosa succede. Ragazzi di tutte le nazioni che si mettono davanti ai carri
armati sventolando bandiere. Ragazzi israeliani rinchiusi
nell’anonimato dei loro carri armati, spesso gridando, qualche volta
salutando, molti costretti ad essere lì, molti solo aggressivi, pronti
a sparare alle case appena ce ne andiamo». Vorrei che Rachel Corrie
fosse ricordata per queste parole. Le parole di una ragazza sensibile,
convinta di poter fare qualcosa di buono in un paese lontano e triste, con la
sua pettorina arancione. Da sola, non avrebbe mai cambiato il mondo. Ma se
tutti fossimo come lei… |
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LINKS La lettera di Rachel Corrie
ai genitori (7 febbraio 2003) Il sito
dell’International Solidarity Movement
La morte di Rachel Corrie secondo Ha’aretz, quotidiano israeliano |
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