Hector Francisco Petrasso, il centravanti che sognava

la Juventus ma dormiva senza termosifone

di Giampiero Canneddu (15 maggio 2001)

 

 

Vorrei rivedere, almeno una volta, Hector Francisco Petrasso in campo. Lo immagino con una maglia multicolore piena di sponsor, naturalmente numero 9. Vorrei che giocasse in una piccola squadra della periferia di Buenos Aires, in quello che si chiama torneo metropolitano, un girone apposta di serie B solo per i club della capitale. M'immagino piccoli campi pieni così, con la gente del quartiere, facce scavate e occhi profondi, che fa il tifo, con il naso attaccato alla rete di recinzione. E m'immagino che Hector Francisco Petrasso sia il capitano, la bandiera, il giocatore senza il quale i tifosi non potrebbero immaginare la loro squadra.

Forse sto soltanto sognando. Guardo una vecchia foto scattata in Italia, dove Hector Francisco Petrasso sorride, nonostante tutto. Nato a San Isidro, Argentina, il 9 agosto del 1970, dicono gli almanacchi. Anche lui aveva un sogno: il calcio italiano. In tanti sono diventati famosi e miliardari: Sivori, Maradona, Batistuta. Petrasso li conosceva bene. Conosceva loro, la Juventus, il Napoli, immaginava i soldi e gli stadi pieni. Bastava poco, una piccola illusione, per convincerlo a partire, ad attraversare l'oceano con la valigia e le speranze di tutti quelli che emigrano. L'illusione era un cugino che viveva a Borgosesia, alto Piemonte: «Se vieni in Italia, posso procurarti un provino con la Juventus». La Juventus, la signora del calcio italiano, quella che ha sempre lo scudetto cucito sulla maglia. E soprattutto, una squadra che paga milioni i suoi giocatori. A San Isidro arrotondava i guadagni del calcio, facendo l'insegnante di educazione fisica. Ma i soldi non erano abbastanza, per pensare a un futuro tranquillo... Hector Francisco Petrasso fece la valigia, ci mise la tuta, le scarpe con i tacchetti e poche altre cose. Salutò i compagni del Deportivo Armenio, seconda divisione, baciò papà e mamma e salì sull'aereo: «Ciao, vado a giocare in Italia». Come Maradona, come Batistuta. Era il 1991.

Il contatto con la Juve c'era davvero. Hector Francisco Petrasso mostrò il curriculum. Cresciuto nel Ferrocarril Oeste, il "Ferro" come dicono in Argentina, presenze, reti e maglia numero 9 nel Deportivo Armenio, agile, veloce, discreto di testa, ambidestro, grintoso: «Mi basta una partitella, per farvi vedere chi sono». Immagino gli osservatori della Juve che ascoltano distratti. E gli rispondono: non cambiarti neanche, sei troppo vecchio. L'unica sua speranza era provare per la squadra giovanile, ma 22 anni sono troppi. Nella prima squadra, no, non c'è spazio.

Francisco capisce che la realtà forse non sarà così brillante come i suoi sogni. Ma non molla. Non rifà la valigia né prende l'aereo. Resta in Italia, ospite del cugino di Borgosesia. E bussa alle porte delle squadre minori, per un provino, per dimostrare quanto vale. Ne ottiene uno con la Pro Vercelli, sette scudetti nella bacheca, conquistati ai tempi del calcio dei pionieri, ma nel ’91 arenata nei bassifondi della serie D. In allenamento gioca, convince, segna. L'allenatore lo vuole. Ma, al momento di preparare i documenti per tesserarlo, la campagna acquisti era chiusa. Ritenta con la Vogherese, sempre serie D, ma senza scudetti in bacheca. Conquista ancora una volta dirigenti e allenatore. Lo vogliono a tutti i costi. Ma non possono ingaggiarlo: in Argentina risultava professionista e questo impedisce il trasferimento, per le leggi sportive di allora.

Ma Hector Francisco Petrasso ha un sogno, più forte e più grande di qualsiasi avversità, di qualsiasi intoppo burocratico, vero o raccontato apposta dalle squadre pur di mandarlo via. Sale sull'aereo, torna a Buenos Aires e firma l'atto di rinuncia allo status di calciatore professionista. Con quel foglio di carta bollata nella valigia («Pa', ma', nessun problema. C'è una squadra che mi vuole»), arriva in Italia la seconda volta. E, finalmente, trova un ingaggio al Casteggio, campionato di Eccellenza (la sesta divisione, nella gerarchia dei campionati italiani). Gioca le ultime otto partite della stagione, nei campi semivuoti della periferia estrema del calcio. Non si sa quanti gol segnò, se ne segnò. Ma il Casteggio non lo riconfermò. O forse fu Francisco a chiedere di andare via, per provare a giocare in stadi pieni, contro squadre importanti.

Quell'estate (era il 1992) ricominciò con i provini. Prima il Fidenza, in serie D, che lo voleva, lo voleva proprio, al punto di fargli firmare un precotratto. Ma poi i dirigenti si accorsero che avevano troppi attaccanti. E rinunciarono a lui. Si allenò anche con la Sanremese. Che disse no, grazie. Infine arrivò la proposta della Biellese. Nella ricca provincia della lana, quella squadra di calcio era come una macchia nera: due retrocessioni consecutive l'avevano emarginata in Promozione (la settima divisione del calcio italiano), tra i dilettanti e i campetti di provincia, lontano dalla serie C degli anni ’80, lontanissimo dalla serie B degli anni ’30. Soprattutto, la società aveva cambiato tre presidenti in tre anni e sembrava sempre sull'orlo del fallimento. L'anno prima i giocatori si erano rifiutati di scendere in campo, perché non vedevano i rimborsi da mesi.

Hector Francisco Petrasso non sapeva nulla delle vicissitudini della società. Era ottobre. Gli offrirono un contratto fino alla fine dell'anno: comprendeva qualche soldo di rimborso spese, un appartamentino in città e un buon lavoro per arrotondare. Non era il suo sogno. Ma era meglio di niente. In fondo, la maglia numero nove era di nuovo sua, per un campionato intero. E la Biellese indossava il bianconero, proprio come la Juventus. Esordì a Castelletto Ticino il 18 ottobre, davanti a 150 persone. La Castellettese vinse 2-0. Alla prima in casa, sette giorni dopo, la Biellese vince 2-1 col Gravellona: Petrasso segna al 90' il gol decisivo. Il pubblico è scarso. Le grandi tribune grigie dello stadio Lamarmora sono quasi vuote. Ma Francisco esulta, si sente importante, è il suo primo gol italiano, è l'inizio del sogno che diventa realtà. Alla terza partita, la Biellese perde 2-1 a Barengo. Vinceva 1-0, prima che Petrasso nel primo tempo la lasciasse in dieci, espulso dall'arbitro per un brutto fallo.

Forse il sogno finì quel pomeriggio. Francisco fu squalificato, saltò qualche partita per infortunio, segnò altri gol, qualcuno decisivo come il primo. Ma i soldi dei rimborsi non arrivavano mai. E del lavoro promesso nemmeno l'ombra. L'inverno, a Biella, è freddo. E l'appartamento dove Francisco viveva non aveva nemmeno i radiatori. Un giorno, in sala stampa, dopo una partita, chiese a un giornalista con cui aveva fatto amicizia se conosceva qualcuno disposto a regalargli una stufa. Qualche giorno dopo accettò di farsi intervistare da un giornale locale: mentre i suoi compagni chiedevano di far fallire la società, che faticava a pagare anche l'affitto dello stadio, Hector Francisco Petrasso lanciò quasi un appello per trovare lavoro. «E' difficile mettersi in luce quando ci sono tanti problemi» disse. «Io ho bisogno di fare gol». Non riuscì a segnare il 14 marzo 1993, quando la Biellese si recò con solo nove uomini, qualcuno dei quali tesserato in emergenza per l'occasione, alla gara di ritorno contro il Gravellona. Gli altri rimasero a casa per protesta perché non venivano pagati. Finì 12-0 per il Gravellona, la più pesante sconfitta in gare ufficiali della storia della Biellese, fondata nel 1902. Era in campo anche il giorno di Biellese-Cerano 1-8, peggior sconfitta casalinga della storia bianconera. Petrasso segnò al 35' l'unico gol bianconero. E c'era il giorno di Biellese-Gattinara 1-3, davanti a 71 spettatori, forse il pubblico più esiguo davanti al quale Petrasso indossò mai una maglia numero 9. Una maglia che, da settimane, non era più bianconera: si diceva che la società non aveva soldi per la lavanderia. In campo, la squadra indossò divise rosse, gialle, verdi, blu. La Biellese finì all'ultimo posto, retrocessa in prima categoria e penalizzata di tre punti per irregolarità nel tesseramento di alcuni giocatori. Ma fallì prima della stagione successiva. Gli almanacchi dicono che Petrasso segnò otto gol in 18 presenze. L'anno dopo fu rilevato dalla Cristinese, una piccola squadra di un sobborgo di Novara, che militava in prima categoria. Segnò altri otto gol, in 19 partite. Dalla fine della stagione 1993-94, gli almanacchi perdono le sue tracce. Su internet non compare. Forse è tornato in Argentina, forse ha smesso con il calcio. Io sogno che giochi ancora, con la maglia numero 9, e che segni gol a grappoli. E che abbia soldi abbastanza per avere una famiglia e non viva più in appartamenti freddi. E che papà e mamma abbiano un posto fisso in tribuna d'onore, per applaudirlo. E che allo stadio, quando entrano, tutti dicano «Benvenuti», come per ringraziarli per il loro figlio. Perché per loro è come Batistuta.

 

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