Odzak, Bosnia, dopo le bombe il miracolo

dell’asilo multietnico donato dagli italiani

di Giampiero Canneddu (15 maggio 2001)

 

 

Questa è la storia di un piccolo miracolo. È la storia di un asilo di una città bosniaca, completamente distrutto dalla guerra e ricostruito grazie a un gruppo di volontari italiani e ai soldi raccolti nella loro provincia. Può accogliere cinquanta bambini e basta, una goccia nel mare degli orfani, dei profughi, dei senza tetto dell'ex Jugoslavia. Ma lo statuto della scuola dice che quella piccola casa prefabbricata accoglierà serbi, musulmani e croati, senza distinzione di etnia, perché s'impari da piccoli a non spararsi più, mai più.

A Odzak, però, i serbi non ci sono ancora, anche se sono passati cinque anni dalla firma della pace. Quando, a Dayton, sotto gli occhi di Clinton e del mondo intero, furono siglati gli accordi, i serbi armati erano arrivati da quasi tre anni. A quell'epoca, Odzak aveva 30mila abitanti di tutte le etnie e sfruttava tutti i vantaggi della sua posizione geografica: il fiume Sava scorre a pochi chilometri, oltre il fiume l'autostrada "della pace e della concordia" (come Tito chiamò la Zagabria-Belgrado) garantiva collegamenti facili per chi voleva investire. Non a caso c'erano fabbriche tessili, meccaniche, un grande stabilimento che costruiva componenti per la Mercedes, e gli impiegati nell'industria erano almeno 5.000. C'erano anche sei chiese cattoliche, due ortodosse e una moschea, testimoni di una realtà multietnica. Quando scoppiò la guerra, quella posizione geografica fu la sua maledizione. La Sava diventò il confine tra Croazia e Bosnia. E Odzak diventò il fronte: a Ovest c'era Banja Luka, zona a maggioranza serba, a Sud c'era Tuzla, città martire musulmana. E una sera, a Odzak, arrivarono le bombe: «Guardavamo in tv quello che succedeva nel resto del paese» racconta Mark, un omone che ora è tornato, per aprire un negozio di elettrodomestici con i marchi guadagnati in Germania. «Non potevamo credere che potesse avvenire anche nelle nostre case. Poi, una sera, sentimmo gli scoppi. Non vedemmo nemmeno un soldato, non ci fu un solo combattimento. Solo granate. Capimmo subito quello che stava per succedere e scappammo». La famiglia di Mark, croato, così come quasi tutti i croati e i musulmani di Odzak, riempì una borsa con poche cose, che furono requisite al primo posto di blocco, e fuggì oltre la Sava, in cerca di ospitalità in un campo profughi. Era il 1993.

 

 

Al posto

del ponte

sulla Sava

una chiatta

fa varcare

il confine

tra Croazia

e Bosnia

 

Quando arrivò la pace, Odzak non era più la stessa. Il ponte sulla Sava era stato abbattuto. Al suo posto, ora, c'è una chiatta a motore che, dietro pedaggio, fa attraversare il fiume. Sulle due sponde, i cartelli ancora oggi parlano chiaro: «Attenzione, mine». «Quando siamo arrivati, il 100 per cento delle case era inabitabile» ricorda padre Filip, ex profugo, ora parroco e distributore di aiuti umanitari, per conto della Caritas di zona. Mark, dalla Germania, guardava Euronews alla tv via satellite: «Un giorno, poco prima della pace, le telecamere inquadrarono la piazza principale della mia città, con la vecchia facciata del municipio. Il giorno dopo, nella stessa inquadratura, si vedeva il municipio bruciato». Prima di andarsene, le milizie avevano distrutto tutto quello che si poteva distruggere, per infliggere l'ultima ferita a chi stava per tornare. In Bosnia la chiamano «la pulizia etnica dei tetti». Se non c'era tempo per fare altri danni, era sufficiente dar fuoco alla copertura, per rendere una casa inabitabile. Quando i primi 6.000 profughi tornarono a Odzak, non trovarono più nulla di quello che ricordavano, solo macerie e muri anneriti dal fumo e bucati dai proiettili. La fabbrica che lavorava per la Mercedes era diventata un capannone fantasma, col tetto distrutto, ma le macchine e perfino gli armadietti degli operai ancora dentro, come se il tempo si fosse fermato a tre anni prima. Anche l'asilo era ridotto a un cumulo di macerie.

Lino Lava. Quando scoppiò la guerra in ex Jugoslavia, Lino Lava era un omone di quasi settant'anni. Nato nel Trevigiano, ma adottato da anni dal Biellese, nei Balcani aveva fatto il soldato. E quella terra gli era rimasta dentro. Non poteva sopportare di restare seduto in poltrona, a guardare alla tv quella gente che soffriva. Doveva muoversi, doveva fare qualcosa. Fondò una associazione, la Comunità aiuti ex Jugoslavia, un gruppo di amici del suo paese, Valdengo, pronti a dedicare qualche ora del loro tempo per raccogliere cibo e vestiti da mandare laggiù, ma soprattutto decisi a partire subito per portare gli aiuti di persona. Dalla prima riunione e dal primo viaggio, forse nessuno immaginava quello che sarebbero riusciti a fare: Lino Lava e i suoi volontari andarono nell'ex Jugoslavia quasi 100 volte in cinque anni. Portavano camion carichi di vestiti, medicine e cibo, da consegnare in mani sicure perché fossero distribuiti ai profughi e a chi tornava a casa ma non ce l'aveva più. Alla fine furono recapitati 9mila quintali di materiale. Raccolsero quasi un miliardo di lire, in questo periodo, per le adozioni a distanza di seicento bambini rimasti orfani. Smossero le coscienze di industriali e artigiani, per farsi regalare materiale da portare in Bosnia. Caricarono furgoni interi sotto la pioggia, dal più giovane a Bepi "Muciaccio" Raniero, che aveva 81 anni e il volto segnato di chi era stato emigrato in Argentina. Ma per Lino Lava non era abbastanza: bisognava costruire qualcosa che restasse, un simbolo di pace. E gli fu consigliata Odzak, e il suo asilo. «Quando lo vidi per la prima volta» raccontava Marco Perini, uno dei volontari, «era solo un cumulo di macerie. Tra i calcinacci, però, trovai per miracolo un pezzo di carta intatto. Era il disegno di un bambino, un'ochetta. L'ho tenuto con me per ricordo». Fecero il preventivo: 300 milioni, una cifra impossibile da trovare, in un anno o poco più. Ma ci provarono. E accettarono il progetto, anche se la neonata burocrazia bosniaca (era il 1996) sembrava non avere nessun interesse per quel gruppo di italiani strampalati. «Convincemmo almeno padre Filip della bontà dell'idea» ricorda Lino Lava. «E pensammo ai bambini».

Mario Pulijz. Alla Comunità Aiuti il progetto dell'asilo di Odzak fu suggerito dalle organizzazioni internazionali legate all'Onu, che stavano guidando il flusso di aiuti verso la Bosnia. Di una di queste organizzazioni, faceva parte Mario Pulijz, croato di Spalato, che da anni lasciava a casa moglie e figlia per aiutare qualcuno in una qualche città distrutta dalle bombe. Aveva visto da vicino che cosa poteva provocare la guerra e non poteva sopportarlo. Quando il conflitto stava per scoppiare, lui studiava medicina a Banja Luka, città a maggioranza serba. Lui croato, un giorno capì che stava rischiando la vita. Non c'era nessuna ragione perché lo uccidessero: ma era un uomo sbagliato, di etnia sbagliata, nel posto sbagliato. E questo bastava. Fuggì, lasciando a Banja Luka la sua vecchia auto e tornò a Spalato. Come ogni maschio giovane e abile, fu arruolato nell'esercito croato. Ma non sparò un solo proiettile: per via dei suoi studi, fu destinato al corpo degli infermieri ausiliari e fu mandato a Dubrovnik, l'ultimo lembo di Dalmazia croata, con la Bosnia serba alle spalle e il Montenegro a Sud. Fu facile, per l'esercito jugoslavo, cingerla d'assedio, dalle colline dietro la città e dal mare. Le bombe caddero ogni giorno per mesi, colpirono le case e i palazzi monumentali della città vecchia, uccisero e ferirono soldati e civili. Mario Pulijz ne vide passare a decine, di corpi straziati dalle schegge, uomini e donne di tutte le età, bambini senza più genitori. Restò a Dubrovnik solo tre mesi, ma bastarono a fargli scegliere di continuare a lavorare per i feriti, i profughi, gli orfani. In tre anni ha girato la Bosnia, accompagnando convogli di aiuti umanitari, contrattando il passaggio di camion e furgoni con doganieri e soldati di tutte le etnie, facendo da interprete ai volontari e alla povera gente. Forse ha rischiato la vita molte volte ogni giorno. Ma una volta, una sola, si è accorto di aver visto la morte in faccia: «Accadde a Mostar» racconta ora, sorridendo. «Accompagnavo un gruppo di volontari francesi. Ho sentito una pallottola sibilare a pochi centimetri da me. E chi mi aveva sparato? Un croato, un maledetto cecchino croato...». A Mario piaceva l'idea di fare qualcosa per Odzak: «Conosco questo posto» aveva detto a Lino Lava nel suo perfetto italiano. «Qui croati e musulmani hanno sempre vissuto in concordia, anche prima della guerra. È la città giusta per cominciare a seminare la pace».

 

 

L'asilo. Trecento milioni sono tanti, per un'associazione di volontari fatta da gente comune, non da miliardari. E sono difficili da chiedere, per un'opera di bene che non è sotto gli occhi, per un regalo a gente che, secondo una fetta di opinione pubblica, non era altro che una genìa di guerrafondai sanguinari. Lino Lava ci provò: il conto corrente della Comunità diventò il collettore per la raccolta dei fondi. Diedero il buon esempio la Provincia e i Comuni del Biellese. I cittadini seguirono. E, man mano che i soldi bastavano a fare qualcosa, da Biella partiva qualcuno, per mandare avanti i lavori. Ogni manifestazione era buona per allestire un banchetto, per vendere le torte delle mogli dei volontari o i liquori fatti in casa. Fecero scrivere un ringraziamento in croato ai bambini di Odzak, per stampare le magliette e venderle, e ricavare qualche altro soldo. Sembrava già un miracolo quando, nella primavera del ‘98, c'era denaro abbastanza per comprare il prefabbricato, il nucleo base dell'asilo. Fu acquistato in Veneto e trasportato come carico eccezionale attraverso autostrade e frontiere, che Mario Pulijz faticò a fargli varcare. Passò anche dalla chiatta, perchè l'unico ponte sulla Sava ancora intatto, oltre Novi Varos, qualche chilometro più a monte, è in territorio serbo. E quella frontiera è invalicabile per un croato che accompagna un carico destinato a una città a maggioranza croata. Quando il prefabbricato fu piazzato là dove c'erano le macerie del vecchio asilo, cominciò il lavoro. Il capomastro era Ismar, musulmano. Alle sue dipendenze muratori croati e musulmani, pagati 3 marchi all'ora, un patrimonio per un bosniaco. A sostegno, ogni due settimane, una squadra di volontari scendeva a Odzak da Biella: c'erano pensionati, idraulici, operai e commercianti che passavano in Bosnia invece che al mare una settimana di vacanze, improvvisandosi muratori e carpentieri.

Era il 24 ottobre del 1998 ed era passato più d'un anno dall'idea, quando Lino Lava organizzò un bus di gente per andare a inaugurare l'asilo di Odzak. Non pensava ai 40 milioni che mancavano ancora per pagare i fornitori. Invitò le autorità italiane e trovò un posto per tutti i volontari che volevano vedere il loro capolavoro, compreso Bepi "Muciaccio". Era sabato e c'era il sole. Sulla chiatta le auto fecero posto per far passare il bus degli italiani. E l'asilo, bianco, nuovo, con ancora l'odore di intonaco e vernice, sembrava atterrato da un altro pianeta, in mezzo alle case che avevano a posto solo il tetto, il minimo indispensabile per tornare ad abitarle. Fu Sheila, dieci anni, da sei profuga a Bibione, a salutare in italiano perfetto gli ospiti benefattori. Le maestre fecero cantare gli altri bambini, accanto a Lino Lava e alle autorità, davanti ai volti stanchi e segnati di qualche madre e di pochi papà. Il sindaco di Odzak firmò la convenzione, con lo statuto dell'asilo: al primo punto, l'obbligo per la scuola di accogliere tutti i bambini, senza distinzione di etnia o di religione. Fu scoperta una targa: l'asilo fu intitolato a Paola Ceruetto, una volontaria della Comunità Aiuti morta in un incidente stradale prima di veder finito quel progetto. E i bambini entrarono, per la prima merenda in mezzo ai banchi nuovi di zecca che un sindaco del Biellese aveva fatto arrivare dall'Italia. All'entrata, un cartello ammoniva, in croato: bambini, attenti alle mine.

Odzak oggi. Allora era il 1998 e ad Odzak erano tornate 14mila delle 30mila persone che la abitavano nei primi anni ‘90. Il reddito mensile era di 3-400mila lire al mese. E i problemi di chi era rientrato (il 70% croati, il 30% musulmani) erano elementari: casa e lavoro. I 5mila operai delle industrie di Odzak non avevano più le fabbriche dove lavoravano, distrutte dalle granate e dagli incendi. Molti lavoravano stagionalmente all'estero, specie in Germania. Qualcuno allevava pecore o mucche. Niente agricoltura, troppo rischiosa nei campi dove forse qualcuno ha dimenticato qualche mina. Chi tornava apriva negozi, soprattutto bar e ristoranti, «perché» come dice Mark l'ex profugo «che tu sia felice o triste, che tu debba festeggiare o dimenticare, hai sempre in tasca gli spiccioli per un caffè». Ma dimenticare è difficile, quando tutt'intorno ci sono ancora case distrutte e abbandonate. E non sai se i proprietari non vogliono più tornare oppure sono tra i 200 morti, martiri della guerra ad Odzak. Dimenticare è difficile quando, alla periferia della città, c'è la chiesa ortodossa, chiusa da anni, da quando se ne andò via l'ultimo fedele serbo. «Nessuno l'ha toccata» dicono a Odzak, come per mostrare di essere superiori rispetto a chi ha distrutto la loro casa e le loro chiese e moschee. Ma nessun serbo è mai più tornato a casa. Forse a Odzak non potrebbe più vivere, o meglio sopravvivere. Forse qualcuno non resisterebbe alla tentazione di vendicarsi su di lui. Forse, come diceva Mark, «in questa sporca guerra non ci sono bianchi e neri. Il più pulito è almeno grigio». Esclusi i bambini, che non conoscono etnie e guerre. E se litigano per un giocattolo, nell'asilo costruito dagli italiani, poi fanno subito la pace.

LINKS

Il sito della città di Odzak (in croato)

La pagina web della Comunità Aiuti (aggiornata al ’96)

 

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