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NINEeleven, un anno dopo di Giampiero
Canneddu (1 novembre 2002) |
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“È la guerra, in tutte le sue varianti, il vero terrorismo internazionale. Quello che ha fatto a pezzi uomini donne e bambini a New York e a Kabul, a Jenin e a Tel Aviv e in mille altri luoghi del pianeta. E che vuole fare altri morti a Baghdad. La guerra è una scelta criminale, non una necessità. Non possiamo continuare così: non solo un altro mondo è possibile, ma questo mondo, il nostro mondo dominato dall'ingiustizia e dalla violenza, è impossibile, non può continuare, non si regge più in piedi”. (Gino Strada) “Nei dieci giorni del
mio ultimo viaggio in Africa, 55mila persone sono morte di Aids, 400 milioni
di dollari sono stati spesi dagli africani per pagare i loro debiti, in gran parte
al Fmi e alla Banca Mondiale, 14mila madri, durante il parto, hanno trasmesso
il virus dell’Hiv ai loro bambini. Pensateci. Io non riesco a crederci,
mi sembra una follia”. (BonoVox, U2) Ci hanno mentito. È passato un anno e ora lo sappiamo per certo. Non ci hanno detto la verita, dopo l’undici settembre 2001. Ci avevano detto che il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Forse ha più paura, può darsi che sia più ansioso, diffidente e perfino più vendicativo. Però non è cambiato. Tutte quelle lacrime, tutta quell’emozione davanti alle due torri che si sbriciolavano uccidendo impiegati e camerieri di mille etnie e di altrettante origini, non hanno reso il mondo migliore. Sono morti in 3.032, in quel martedì di settembre. Sono 2.797 le vittime del crollo delle Twin Towers di New York. Solo 1.411 corpi sono stati identificati. Quattro persone, vive e vegete, hanno scoperto di essere nell’elenco dei morti solo ascoltando, in silenzio, l’elenco di nomi letto, nel sito ormai sgombro di macerie di Ground Zero, nella giornata che gli Stati Uniti e il mondo intero hanno dedicato alla memoria. In 190 sono morti a Washington, 65 tra passeggeri e personale di bordo dell’aereo precipitato sul Pentagono, più 125 dipendenti del Dipartimento della Difesa, ormai ex simbolo dell’inespugnabilità a stelle e strisce. Erano 45 i passeggeri sul volo che una rivolta a bordo ha fatto schiantare nelle campagne intorno a Pittsburgh. Sembra che quell’aereo fosse stato destinato dai dirottatori ad abbattersi sulla Casa Bianca. Tra il 1990 e il 2000 sono morti 27 milioni di civili, 2 milioni dei quali erano bambini, nei 56 conflitti che hanno colpito 44 paesi. Quello choc, forse, era davvero un’occasione per cambiare. Invece «è stata un’azione di guerra, che ha portato ad altre azioni di guerra», come ha commentato Toni Capuozzo, inviato del Tg5 che di conflitti ne ha visti quanti la sensibilità di un uomo può sopportarne. La prima risposta è stata armata: George W. Bush l’ha battezzata “Enduring Freedom”, libertà duratura. È stata un’operazione militare che gli Stati Uniti hanno condotto sull’Afghanistan, appoggiati da una vastissima alleanza mondiale, nata sulla scia dell’emozione del massacro terrorista. Con aerei, bombe, soldati e con l’appoggio dei miliziani (ex nemici) dell’Alleanza del Nord, hanno rovesciato il regime in carica, quello fondamentalista religioso dei Talebani, gli studenti di teologia, accusato di essere copertura per i terroristi di Al Qaeda, l’organizzazione che ha rivendicato gli attacchi su New York e Washington. Il regime è caduto, ma il suo leader, il mullah Mohammed Omar, non è stato catturato, come sperava Bush. E nemmeno è stato catturato Osama Bin Laden, il miliardario saudita, mente e cassaforte dei terroristi, che in questi mesi non ha mai smesso di lanciare tramite la tv Al Jazeera proclami d’odio, come se volesse uccidere ancora. «Se saranno presi, voglio essere io a premere il pulsante dell’iniezione che eseguirà la condanna a morte» ha scritto nella sua autobiografia il sindaco di New York Rudolph Giuliani, simbolo di commozione e compassione quando, tra le macerie di Ground Zero, piangeva insieme ai vigili del fuoco. È stata una guerra, dunque, e come tale ha chiesto il suo tributo di vittime, non solo a New York. Non si sa quante persone siano morte nell’Afghanistan bombardato. Erano 200 quelle che partecipavano a una festa di nozze, bombardata per errore dai caccia Usa. L’inchiesta ha stabilito che i piloti avevano creduto di essere nel mirino della contraerea, perché durante la festa gli invitati sparacano colpi di fucile al cielo, come vuole la tradizione. Gino Strada, di Emergency, l’associazione che ha tenuto aperti tre ospedali in Afghanistan durante il conflitto ha calcolato «5mila innocenti che hanno perso la vita in Afghanistan, e moltissimi sono stati feriti o mutilati». L’elenco delle vittime si allunga, se si aggiungono tutti coloro che sono caduti sotto i colpi di altri atti terroristici negli ultimi mesi, frutto dell’alzarsi della tensione tra gruppi vicini, diventati contrapposti, specie cristiani e musulmani (oltre 200 morti in un attentato a Bali, Indonesia, dove un’autobomba ha distrutto una discoteca, altre vittime nelle Filippine o in Pakistan), ma anche musulmani e indù in Gujarat e in Kashmir. È stata una guerra, e come tale ha fatto prigionieri. Quelli presi in consegna dagli americani sono a Guantanamo, l’angolo dell’isola di Cuba in cui gli Usa conservano una base militare. «Non sanno che oggi è l’11 settembre» ha detto il responsabile del campo di prigionia, proprio quel giorno. «Non gli abbiamo mai detto che giorno è, non c’è ragione per farlo adesso». Il 10 gennaio Amnesty International è entrata a Guantanamo: le celle sono 1,8 per 2,4 metri, i prigionieri non possono né vedere nè sentire e non viene loro concesso di tenere la barba, segno di dignità e simbolo religioso in Afghanistan. Da marzo alcuni dei 598 prigionieri detenuti sono alimentati forzatamente per via endovenosa. Alla Croce Rossa internazionale è stato concesso di visitare la base, a patto che non parlasse con la stampa di quel che aveva visto. Gli Usa hanno detto che, in quanto prigionieri di guerra, i detenuti a Guantanamo non hanno diritto alle regole sancite dalla convenzione di Ginevra. Associazioni per i diritti umani hanno parlato apertamente di «tortura». Non si sa che termine usare, invece, per le vittime, tra i prigionieri talebani, trasferiti nei container di camion, sotto il sole, da una parte all’altra dell’Afghanistan, dai miliziani dell’Alleanza del Nord. Sono morti asfissiati. Come in ogni guerra, la sicurezza conta più dei diritti. Stati Uniti e Gran Bretagna hanno promulgato leggi che consentono la detenzione di persone per il semplice sospetto di appartenere ad associazioni terroristiche. In tutto l’Occidente sono state firmate 200 leggi con simili propositi, accompagnate da considerazioni coem quella del direttore del Sismi, il servizio segreto italiano, Niccolò Pollari: «La libertà che contraddistingue la nostra società è un vantaggio per i terroristi». In Svezia un uomo, svedese di origini arabe, è stato arrestato e poi rilasciato dopo qualche giorno di carcere, perchè sospettato di avere un piano per dirottare un aereo di linea e farlo precipitare sull’Ambasciata Usa a Londra. Le indagini proseguono, ma la certezza degli investigatori è meno salda, così come quella dei magistrati italiani che firmarono il fermo di quattro immigrati originari del Maghreb e di un italiano, professore di storia dell’arte in pensione, trovati con una videocassetta girata nella basilica di San Petronio a Bologna, quella dove c’è un affresco di Maometto all’inferno, di cui alcune associazioni culturali islamiche avevano chiesto la rimozione. I magistrati avevano fatto tradurre i commenti (in berbero) fatti dai visitatori, ritenuti sospetti. Sembrava che avessero in mente di fare un attentato nella chiesa. Tutti e cinque sono stati scarcerati dopo 48 ore. Il professore italiano era incredulo: da anni faceva volontariato, aiutando a trovare casa agli immigrati che facevano fatica ad avere un alloggio in affitto. Anche in questo caso, le indagini proseguono. Altri governi non coccidentali hanno approfittato del clima mondiale diverso per dare un giro di vite interno, in Cina contro gli indipendentisti dello Xinjiang, regione a maggioranza musulmana, la Russia contro i ceceni, in Argentina, Brasile, Paraguay, Repubblica Dominicana, Messico, Perù e Uruguay sono state arrestate centinaia di persone, per presunta vicinanza ad Al Qaeda, ma spesso si trattava solo di attivisti politici non violenti. In Uzbekistan sono stati arrestati attivisti di partiti islamici che mai hanno usato la violenza. In alcuni paesi islamici, al contrario, sono stati colpiti giornalisti occidentali o semplici cristiani, spesso trucidati o assaliti, in un tragico botta e risposta. In Pakistan anche scuole e centri d’incontro per cristiani sono finiti nel mirino di attentati. E morti si sono sommati ai morti. In ogni guerra, in ogni contrapposizione, c’è chi si schiera da una parte e chi si schiera dall’altra. Un anno fa si contavano sulla punta delle dita coloro che si dichiaravano contrari all’intervento militare in Afghanistan. Ora, che si parla di usare la forza contro l’Iraq, in tutti i paesi la percentuale di chi è contraria all’uso delle armi è la maggioranza. Schierarsi, a volte, è sinonimo di impegnarsi. Negli Stati Uniti le associazioni non profit che si sono impegnate per sostenere le famiglie delle vittime degli attentati, hanno raccolto 2,5 miliardi di dollari, una cifra senza precedenti, come hanno opsservato alcuni commentatori, nel paese del motto ‘Sei ciò che guadagni”. In più, nei giorni successivi alla tragedia, sono stati donati 343mila pasti caldi e 475mila unità di plasma. In Afghanistan decine di associazioni hanno sostenuto la popolazione durante il conflitto, così come avevano fatto durante quelli precedenti (l’Afghanistan non conosce pace da 25 anni). Due milioni di persone sono state curate da “Medici senza frontiere”, che ha aperto anche centri per curare la malnutrizione dei bambini. La Croce Rossa Italiana è attiva da 11 anni con un centro ortopedico a Kabul, da cui dipendono altre quattro strutture simili nel paese. Ne è motore e simbolo il 46enne Alberto Cairo, medico piemontese, specializzato in protesi e promotore di progetti come un fondo di microcredito per le piccole attività economiche. Emergency ha tenuto aperti anche nei giorni più aspri della guerra i suoi ospedali, già attivi sotto il regime talebano: 50mila sono state le persone curate. Intersos, che si occupa di sminamento, ha costruito due scuole per 1.700 bambine, coloro che, sotto il governo fondamentalista, erano tagliate fuori dall’istruzione. Il Cesvi si occupa, insieme ad altre associazioni, del milione di profughi rientrati dal Pakistan, molti dei quali hanno trovato macerie al posto dei loro villaggi. A Kabul operano 800 ong, là dove l’Onu fatica ancora ad entrare. Di guerra si parla, non solo su questo piccolo sito web. Oriana Fallaci è tornata una “maitre à penser”, scrivendo prima un articolo-sfogo su “il Corriere della Sera”, e pubblicando poi (con Rizzoli, la stessa casa editrice del quotidiano milanese) il libro “La rabbia e l’orgoglio”, tradotto in molte lingue. Qualcuno lo ha definito un segno di risveglio dell’Occidente ferito. Qualcun altro (Marco Revelli, su “Vita”) lo ha battezzato “Il manifesto dell’odio”. Gino Strada ha pubblicato con Feltrinelli, quasi in concomitanza con il primo anniversario dell’11 settembre, il diario “Buskashi”, racconto dei mesi di guerra negli ospedali di Emergency. Gli incassi non andranno all’associazione. Una casa produttrice di borse e articoli di pelle ha fatto mandare in onda spot televisivi, solo nella settimana dell’11 settembre, in cui, tra le immagini di un uomo e di una donna che si abbracciavano, compariva un fotogramma in cui si vedevano le Twin Towers fatte di luce, nella commemorazione organizzata a New York a tre mesi dagli attentati. È questo il mondo che è cambiato? Io non ci vedo nulla di nuovo. Mentre qualcuno piange, qualcun altro usa le armi, e fa piangere ancora. E in mezzo c’è chi ne approfitta. E fa soldi. È arrivato il 12 settembre, e poi il 13. Ed è tutto come prima… solo, è un po’ più triste che lo sia. |
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