I massacri che non ricordi

di Giampiero Canneddu

(23 novembre 2001)

 

 

Dove eravate alle tre e mezza del pomeriggio dell'11 settembre 2001? Io me lo ricordo. E probabilmente non lo dimenticherò mai. Avevo deciso di rilassarmi, quel giorno: mezza giornata libera dal lavoro. Ero sdraiato sul letto, con mia moglie, e stavo guardando il mio telefilm preferito, Ally McBeal, dopo tanto tempo. C'era la pubblicità e cambiammo canale: sullo schermo, l'immagine di un grattacielo in fiamme. Sembrava un film, ma c'era il logo del Tg4 e non quello “prima visione”... Non era un film. Tornai sull'altro canale e non c'era più Ally, c'era un telegiornale. Su tutti gli altri canali, telegiornale, edizione straordinaria. Tutti ripetevano: due aerei hanno centrato le torri gemelle a New York, il presidente Bush ha detto che è un attentato, poi è salito sull’Air Force One che, per motivi di sicurezza, non poteva atterrare da nessuna parte. Avevo freddo, non erano semplici brividi. E il cuore batteva fortissimo. Avevamo paura, un altro aereo era caduto sul Pentagono, un quarto stava cercando il suo bersaglio. Quanti ce n'erano? Fino a che punto sarebbero arrivati? Smettemmo di guardare la tv all'una di notte. I commentatori non si stancavano di ripetere che, da quel giorno, il mondo non sarebbe stato più lo stesso.

Ora, da quel giorno, sono passate settimane. La vita continua e non ho più freddo. A New York stanno ancora scavando, sotto le tonnellate di macerie dei due grattacieli: ancora non sanno quante persone siano morte. Si dice poco meno di 4.000, ma i corpi trovati sono molti, molti di meno. E' una tragedia, una strage d'innocenti. Ma, ripensandoci, ho capito che il mondo avrebbe un sacco di motivi, tutti i giorni, per non essere più lo stesso. E che forse basterà dargli tempo qualche settimana, e ritornerà uguale. Maledettamente uguale a se stesso, cattivo e indifferente.

In fondo non è cambiato nulla nel 1983. Era estate e in Medio Oriente c'era una guerra. L'esercito israeliano aveva pensato di fermare il terrorismo palestinese. Le milizie armate che si accanivano contro Israele erano ospitate nel Sud del Libano. E la guerra per eliminarle fu così devastante e massiccia che, tra il 4 giugno e il 21 agosto, furono 19mila i morti sotto i bombardamenti, terroristi ma anche civili. A fine estate le truppe erano arrivate alle porte di Beirut, dopo aver invaso il Sud del Libano. Nella mente dell'allora ministro della Difesa Ariel Sharon era già tutto pronto: a Beirut era prevista la salita al potere di Bashir Gemayel, cristiano, alleato di Israele. Ma, il 14 settembre, saltò in aria insieme alla sua auto, ucciso dal tritolo collocato probabilmente da un agente siriano. Le milizie falangiste cristiane volevano vendetta. La ottennero. Alle 5 del mattino di giovedì 16 settembre tre squadre da cinquanta uomini ciascuna si avvicinarono ai campi di profughi palestinesi di Sabra e Chatila. I campi erano circondati da soldati e carri armati israeliani. Ma i falangisti passarono indisturbati. Entrarono e non uscirono prima di sabato 18: chi entrò nei campi dopo di loro vide qualcosa di terribile: almeno 2500 cadaveri, soprattutto di bambini, donne e anziani, massacrati senza scampo. Eppure non cambiò nulla. Ariel Sharon è ancora primo ministro, l'esercito d'Israele è ancora armato fino ai denti e i terroristi palestinesi continuano a colpire. In mezzo al fuoco, ora come allora, ci sono anche inermi e innocenti. Era venerdì 1 giugno 2001 e fuori dalla discoteca Dolphin di Tel Aviv un sacco di ragazzi stava festeggiando la fine dell'anno scolastico. Non si sa come, al locale, si avvicinò anche un uomo, imbottito di esplosivo, pronto ad uccidere e a morire in nome del suo Dio, o forse in nome di uomini che lo hanno convinto che il suo Dio voleva quello da lui. Si fece saltare in aria, nel bel mezzo della fila di ragazzi in attesa di andare a ballare. Diciassette giovani furono uccisi subito, altri quattro morirono in ospedale per le gravi ferite. Il più vecchio, Ori, aveva 32 anni, la più giovane, Maria, solo 14. Sono solo alcuni dei martiri della cosiddetta "nuova Intifada", cominciata più di un anno fa, con i palestinesi in lotta per avere uno Stato indipendente e Israele in lotta per non farsi schiacciare dai terroristi. In una manciata di mesi, i morti sono stati mille...

Non è cambiato il mondo nel 1989. Nel silenzio della Cina, la voce di una manciata di giovani riuscì a superare la Grande Muraglia del regime. Si accamparono in piazza Tienanmen, nel cuore di Pechino, nel simbolo della rivoluzione culturale, dei comizi di Mao, della dittatura intoccabile. Chiedevano libertà e diritti civili, inziando uno sciopero della fame. Il loro appello, in qualche modo, arrivò al resto del mondo. «Questo paese è il nostro paese, questa gente è la nostra gente» c'era scritto. «Se non facciamo qualcosa, chi lo farà per noi? Cerchiamo solo la verità, ma veniamo picchiati dalla polizia. La democrazia è un ideale della vita umana come la libertà e il diritto. Ora per ottenerli dobbiamo sacrificare le nostre giovani vite. Madre Cina, per favore, guarda i tuoi figli e le tue figlie. Quando lo sciopero della fame rovina la loro giovinezza, quando la morte si avvicina, puoi rimanere indifferente?». E il mondo intero simpatizzò con loro. Troppa simpatia a giudizio del regime, poco tollerante con i dissidenti politici. Questa volta però non bastava il carcere: in piazza Tienanmen, all'alba di domenica 4 giugno, arrivarono i carri armati. I giovani resistettero come potevano, con bastoni e catene. Ma non poterono molto contro fucili e pallottole. Nessuno sa quanti furono i morti. La Cina, ripiombata nel silenzio, non disse quanti cadaveri restarono sull'asfalto della piazza. 7.000 secondo qualcuno, mille, secondo altri. Trecento, secondo fonti cinesi, metà dei quali tra i soldati. Ma non conta più: il mondo non è cambiato. La Cina continua a incarcerare i dissidenti. E il mondo "civile", in silenzio, la apprezza come mercato in via di sviluppo.

Hutu e Tutsi sono solo un pallido ricordo, non due nomi destinati a cambiare il mondo. Eppure, fino all’inizio del decennio scorso, solo gli studiosi di storia e cultura africana sapevano che si trattava dei due gruppi etnici principali che abitavano il Ruanda, gli uni contadini e in maggioranza, gli altri guerrieri e in minoranza. Non c’era differenza tra i due gruppi. Ma fu il combattimento per conquistare il potere tra il ’92 e il ’93 a scatenare un genocidio. Si dice che cominciarono i Tutsi, armati di fucili, mitra e machete. Ancora adesso i massacri continuano e nessuno può dirsi innocente. I morti? 800.000. La giustizia? Sporadica, ma sorprendente… Un tribunale belga ha condannato a 12 e 15 anni due suore, complici della morte in un capannone bruciato di 500 persone.

Anche del Kurdistan si parla ogni tanto, senza quasi sapere dove sia. Nella realtà è una terra di nessuno, tra Iran, Iraq e Turchia. La gente sogna uno Stato indipendente. Ma è un sogno che diventa incubo, quando gli Stati che li circondano lo vogliono cancellare. Nel 1988 i combattenti curdi alleati con gli iraniani cacciarono l’esercito irakeno dalla città di Halabja, 70.000 abitanti. Durò poco: gli irakeni tornarono con aerei ed elicotteri, e con bombe al gas letale. Morirono subito 4.000 persone e altre 5.000 mentre fuggivano. Dal 1991, subito dopo la guerra del Golfo, i profughi curdi sono diventati un milione e mezzo. La repressione non ha risparmiato nemmeno il bestiame: c’erano 7 milioni di capi. Ora sono 50.000.

Già, l’Iraq. Dal 1991, anno della guerra del Golfo, il paese è sotto embargo internazionale. Non si può commerciare, né intrattenere rapporti. Quindi, per esempio, non arrivano a Baghdad nemmeno le medicine. Questa penuria di farmaci ha ucciso 1.500.000 persone in dieci anni e le prime vittime a cadere sono bambini. Si calcola che nell’ospedale di Bassora, la città dove malnutrizione, carenza di acqua e malattie si fanno più sentire, entrino in ospedale ogni anno 10.000 bambini di meno di 5 anni e ne muoiano mille. Per ucciderli, senza medicine, basta una gastroenterite.

Potrei andare avanti all’infinito o quasi, ricordando il milione di morti dei vent’anni di guerra civile in Angola, con tre milioni di rifugiati e 75.000 amputati per una ferita causata da una mina antiuomo, i 50.000 morti del terrorismo fondamentalista in Algeria e, perché no?, quelli che muoiono in Afghanistan, per proiettili Talebani, dell’Alleanza del Nord, degli Stati Uniti, per una delle mine abbandonate sul terreno in vent’anni di conflitti o per una semplice bronchite in un campo profughi di 50.000 persone, dove non c’è l’acqua e il cibo è garantito a fatica dalle organizzazioni internazionali. I profughi afgani sono milioni e vivono in tendopoli, tollerati a fatica a ridosso dei confini di Pakistan e Iran.

Pensate che faranno cambiare il mondo? Sarò pessimista ma penso di no. Anzi, il mondo sta andando avanti a passi da gigante e a occhi bendati, oggi come ieri. Quest’inverno sarà lungo in Corea del Nord. I bambini che soffriranno la fame saranno 500.000. O forse un milione…

 

 

 

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