«I bambini indiani ti sono già grati»

La storia (vera) di una crociera “umanitaria”

di Chiara Ludovisi

(questo reportage ha vinto il concorso “Communication

for future solutions”, promosso da Terre des Hommes.

Grazie a questo articolo, Chiara è stata in Bangladesh

per un reportage sui bordelli e su chi combatte per

salvare i bambini che ci vivono)

 

 

“Sai che mentre ti diverti su una splendida nave da crociera puoi aiutare chi muore di fame in India?" Non è uno scherzo, è un’idea recente del movimento umanitario S., reclamizzata serenamente su Radio C., ogni mattina, poco prima delle 8,00.  Guidi verso il lavoro, ancora sospeso tra il sonno e la veglia, e intanto incredulo immagini le placide acque del Nilo, sulle quali scivola beata la splendida nave da crociera e beata si sciacqua la tua coscienza, pensando che parte dei soldi che hai sborsato servirà per la costruzione di un panificio sociale in India.

«Tu ti diverti, e intanto dai concretamente una mano». Dieci giorni di crociera, tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo: “Magia delle Antille”, proprio quel che ci vuole, per disintossicarsi dallo stress e dalla fatica del lavoro (non se ne può più… è duro, il lunedì mattina). E poi è giusto, dare una mano a questa povera gente che muore di fame. Non aspettavi di meglio. Se avessi ancora qualche dubbio, il movimento S. garantisce: “I bambini dell’India ti sono già grati”. Cerchi di memorizzare il numero di cellulare di Antonella (stai guidando, non puoi prendere nota), che ti fornirà tutte le informazioni a riguardo.

Parcheggi l’auto, svogliato entri in ufficio, e intanto immagini gli occhi pieni di gratitudine di dieci cento mille piccoli indiani. Loro, intanto, i piccoli indiani, sono già al lavoro da un pezzo, aspettando la nave da crociera che dal Nilo risolverà i loro problemi. Sono al lavoro come te, solo che sono arrivati prima, anzi forse ci sono sempre stati, da quando un “pescatore” o una “pescatrice” (così chiamano, in Thailandia, gli intermediari addetti a procurare piccoli schiavi alle grandi industrie) li hanno rapiti con l’inganno alle loro famiglie: promettendo guadagni non certo da capogiro, ma tali da assicurare uno o due pasti caldi ogni giorno, mettendo in mano ai genitori una piccola somma di denaro, un piccolo anticipo, che diventerà la loro catena, la loro trappola, la loro condanna a morte.

Nel migliore dei casi, i bambini reclutati trascorreranno i prossimi anni tra i telai, a tessere tappeti da vendere a prezzi competitivi sul mercato occidentale; o a spezzarsi la schiena nelle piantagioni di tè, quello stesso tè che ladies and gentlemen amano sorseggiare alle cinque del pomeriggio; oppure a respirare sostanze tossiche nelle fabbriche della gomma; o, ancora, per una strana beffa del destino, potrebbero ritrovarsi ad assemblare nelle industrie i pezzi dei giocattoli con cui si gingilleranno altri bambini.

“I bambini dell’India vi sono già grati”. Quali bambini? Quei 40mila che, nella sola India, lavorano gratuitamente, in condizioni penose, per 12-15 ore al giorno, annodando i fili ben tesi di preziosi tappeti? O quei 125mila (ma è una cifra assolutamente approssimata per difetto) che, soltanto nella splendida regione indiana dell’Assam, vivono e lavorano come schiavi nelle piantagioni di tè?  Ma il destino di questi piccoli indiani, che dovrebbero sorridere riconoscenti “mentre tu ti diverti su una splendida nave da crociera”, la sorte di questi bambini, felici e grati per il loro panificio sociale, è spesso ancor più crudele. Se non trovano un posto nelle piantagioni o nelle industrie, o se il loro viso è particolarmente attraente e il loro corpo particolarmente ben formato, allora ci sono spesso i marciapiedi e i bordelli ad attenderli.

A sentire tutti questi orrori, mentre già da cinque minuti ripeti fra te e te il numero del cellulare di Antonella, proverai forse un senso di disgusto, scuoterai amaramente il capo, rifiutandoti di credere che tutto ciò possa essere vero, stupito che in mezzo a tanto schifo i piccoli indiani riescano ad esserti grati. Probabilmente ti rifiuterai di credere che qualcuno possa accettare prestazioni sessuali da parte di quei piccoli bambini sorridenti e riconoscenti. Penserai che solo dei bruti, dei barbari, dei mostri possano praticare questo genere di orrore. Non vorrai credere che siano i ricchi signorotti giapponesi i clienti più fedeli delle baby-prostitute imprigionate nei bordelli asiatici, né che la prostituzione minorile sia nata grazie ai soldati americani, negli anni ’50, durante la guerra del Vietnam. Dopo una giornata di combattimenti e fatiche, le prestazioni sessuali di una dodicenne indigena offrivano non poco sollievo. Partiti i soldati, ci hanno pensato i turisti a non far morire un business evidentemente redditizio.

Allora smetti di ripetere sottovoce il cellulare di Antonella, pensa piuttosto a mandare a mente queste cifre: in Pakistan, 40mila baby-prostitute (per lo più di origine bengalese); in India, la cifra oscilla tra 300mila e 400mila; in Sri Lanka, 30mila; in Thailandia, da 200mila a 300mila; in Vietnam, 40mila; in Taiwan e nelle Filippine, almeno 100mila.

«Ma chi è capace di perpetuare questi orrori?» ti domanderai indignato. E penserai che si tratti di uno scherzo, quando ti capiterà tra le mani il depliant di un’agenzia di viaggi italiana (oltre a tante americane…), che propone vantaggiosi pacchetti di viaggi esotici, nel cui prezzo è compreso l’intrattenimento con bambine prostitute. Scuoterai la testa, batterai i pugni sul tavolo, forse maledirai il movimento umanitario S., Antonella e il panificio sociale, quando ti capiteranno sotto gli occhi le righe con le quali tanti Stati, più di 20 anni fa, si sono scambiati una promessa:

«Gli Stati parti si impegnano a proteggere il fanciullo contro ogni forma di sfruttamento sessuale e di violenza sessuale. A tal fine, gli Stati adottano in particolare ogni adeguata misura a livello nazionale, bilaterale e multilaterale per impedire:

a) Che dei fanciulli siano incitati o costretti a dedicarsi a una attività sessuale illegale;

b) Che dei fanciulli siano sfruttati a fini di prostituzione o di altre pratiche sessuali illegali;

c) Che dei fanciulli siano sfruttati ai fini della produzione di spettacoli o di materiale a carattere pornografico". (Convenzione sui diritti dell’infanzia, Art.34)

Riuscirà la “Magia delle Antille” a trasformare questa promessa in realtà? Speriamo di sì, perché solo allora “i bambini dell’India”, insieme a tutti i bambini del mondo, saranno davvero “grati”.

 

 

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