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Cuba,
la povertà, le lacrime, i sogni rubati e la gente che sorride lo stesso di Luisa Cagna e Giampiero Canneddu (17 agosto 2002) |
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Ernesto Che Guevara guarda lontano, dalla plaza de la
Revolucion, a La Habana. Il suo viso, quello della solita famosa foto, rubata
mentre sul palco ascoltava un discorso di Fidel, è sulla facciata del
palazzo che ospita il Ministero degli Interni. Non guarda a terra, guarda
verso il cielo, e nel cielo si staglia il monumento, alto come un
grattacielo, dedicato al poeta patriota Josè Martì.
Chissà che cosa penserebbe, se guardasse in terra, se vedesse che ne
è della sua Cuba, del paese per il quale lui, medico argentino con
ideali tenaci e con il fucile sempre carico, ha ucciso e ha rischiato di
morire. La
causa si chiamava “revolucion”. E’ una storia di quasi
cinquant’anni fa. Cuba era povera e analfabeta. Gli americani ci
venivano a villeggiare, i latifondisti speculavano. E i cubani non sapevano nemmeno
leggere. Arrivò Fidel, con il Che. Quasi non combatterono neppure per
scacciare Fulgencio Batista, il presidente-dittatore che faceva quel che
dicevano Washington e le sue tasche. Aprirono scuole dove c’erano
caserme. Costruirono ospedali e nazionalizzarono industrie e piantagioni.
Quella parola, “revolucion”, procurò loro l’amicizia
dell’Unione Sovietica. E con essa, il petrolio e gli scambi commerciali
assicurati. Ora, dice la storiografia, le strutture scolastiche sono
all’avanguardia: chi ha inclinazioni per l’arte o per lo sport,
entra già a cinque anni in una scuola dedicata per imparare le
discipline per le quali si sente portato. L’analfabetismo è
sottozero. E l’assistenza sanitaria è in grado di garantire una
vita media di 75 anni. «Una cifra incredibile» dicono «per
un paese del terzo mondo». Già,
ecco il punto. Terzo mondo. Quel paradiso in mezzo ai Caraibi, dove il sole e
la pioggia fanno crescere rigogliosi frutta, tabacco e canna da zucchero, fa
parte del terzo mondo. E spesso la gente si affatica e s’ingegna, per
procurarsi abbastanza soldi, abbastanza cibo. «Lo stipendio è
come il ciclo mestruale: arriva una volta al mese e dura cinque giorni»
usa dire, sarcastica, un’insegnante. Il salario medio a Cuba supera di
poco i dieci dollari. Ma viene versato in pesos, la moneta locale che vale
poco più della carta delle caramelle, specie da quando, nel 1993,
Fidel ha liberalizzato la circolazione dei dollari. Così succede che
il commercio è parallelo: in pesos si compra nei negozi statali, ma solo
quanto è indicato e previsto dalla tessera annonaria. Sì, la
tessera, quella che le nonne italiane ricordano e raccontano come memoria
angosciante dei tempi della guerra. A Cuba c’è ancora: è
un libercolo ingiallito dove i funzionari dei negozi mettono croci a ogni
consegna. Ognuno può avere due chili e mezzo di riso al mese, un
po’ di fagioli, patate, una bottiglia di rum, carne e pesce solo quando
arrivano, ma non latte, riservato ai bambini fino a sette anni. Sì, ai
bambini, gli stessi che raccontano per sorridere una storiella: «Qui il
Niño (bambino in spagnolo) non arriva, perché non
c’è latte per i bambini». Ma
non sono razionati solo i cibi: passano dalla tessera anche il dentifricio e
il sapone (una saponetta al mese a testa, e deve servire non solo per
l’igiene personale ma anche per quella della casa). E se non basta? Se
da tutte le spese è avanzato qualche spicciolo (bisogna pagare
l’affitto, tra il 6 e il 10% dello stipendio, poi l’acqua, la
corrente, la benzina razionata per l’auto, i mezzi pubblici per andare
al lavoro…), ci sono i mercati “agropecuari”, dove i
contadini vendono i prodotti che non devono consegnare allo Stato. Non tutti
si possono vendere: il manzo, per esempio, deve essere consegnato al Governo.
E macellare e mangiare un bovino senza autorizzazione costa la galera fino a
trent’anni. Forse è per questo che le campagne sono meno
affamate delle città: il governo lo sa e fa pagare meno tasse ai
contadini che portano i loro prodotti sulle bancarelle “urbane”. Anche
la benzina è un lusso, come del resto le auto. Ci si sposta con i
mezzi pubblici, che non necessariamente sono bus. Il camionista che paga una
tassa allo Stato, ha diritto, una volta lasciato il carico a destinazione, di
trasportare persone, anche sul cassone, e di farsi pagare qualche peso. E le
auto sono quelle che gli americani hanno lasciato negli anni ’50,
colorate, enormi, spesso con motori di camion adattati perché quello
originale si è guastato. Anche quando fanno i meccanici, i cubani
devono usare tanta fantasia. Le uniche auto nuove sono quelle noleggiate ai
turisti o di proprietà di stranieri. Abbiamo visto una sola Mercedes:
era in sosta sotto un bel palazzo nel centro di La Habana. Il proprietario?
Il ministro che sovrintende ai restauri nel centro storico della capitale. Quando il cibo non basta ancora, restano i negozi “in dollari”, quelli che in teoria servono solo ai turisti. C’è perfino la Coca Cola, odiato simbolo Usa, anche se per via dell’embargo viene importata dal Messico o dal Brasile. A Varadero abbiamo visto con i nostri occhi i tranci di Parmigiano... Ma qui 500 grammi di latte condensato costano tre dollari e il sapone costa un dollaro (ricordate? Dieci dollari al mese di stipendio…). L’ultima spiaggia si chiama mercato nero, proprio come in guerra. Lasciamolo raccontare a chi lo pratica: «Supponiamo che io lavori in una fabbrica di rum e tu in una fabbrica di sapone. Ogni giorno, finito il mio turno, rubo…» «Vuoi dire prendo…» «No, voglio dire rubo due bottiglie di rum. Una la lascio alla guardia perché non mi denunci. L’altra la porto a te. O mi paghi in dollari o la barattiamo con il sapone che tu hai rubato allo stesso modo». Una bottiglia sull’altra, un sigaro sull’altro, il mercato nero si rivolge non solo al resto di Cuba ma soprattutto ai ricchi turisti. «Il turismo è il nostro petrolio» ha detto Fidel nei primi anni ’90, quando consentì gli sbarchi degli stranieri sulle spiagge bianche dell’isola. Un paragone che a Cuba fa presa: il petrolio che non arriva più dalla Russia è una delle principali cause della crisi economica ed energetica. In molte zone di Cuba l’elettricità sparisce anche per 16 ore al giorno, per colpa della materia prima che manca e delle linee, spesso spazzate dagli uragani autunnali. Castro non aprì solo ai turisti, ma anche ai tour operator. Funziona così: si creano società miste tra lo Stato cubano e il costruttore di grandi alberghi straniero (ce ne sono a decine, canadesi, italiani, tedeschi, francesi, spagnoli, nonostante una legge Usa minacci sanzioni economiche alle imprese che con Cuba intrattengono ogni sorta di rapporto). Cuba si tiene il 51 per cento della proprietà, al magnate del turismo resta il 49 per cento. La sua convenienza è che i dipendenti dell’albergo sono cubani, stipendiati dallo Stato a dieci dollari al mese. E della sua percentuale di guadagni resta una bella fetta. In compenso allo Stato restano i tanti dollari che si fermano nell’isola e che (perché no?) aiutano a non far soffrire la fame a chi con i turisti ha a che fare. Così succede che la giovane bibliotecaria di una scuola lasci il lavoro e gli studi quasi terminati per diventare cameriera in un grande albergo, sedici ore in sala da pranzo un giorno sì e uno no, stesso stipendio o quasi ma con qualche piccolo extra. «Lo faccio per la mia bambina» dice. «Qui guadagno un po’ di più e riesco a portare a casa qualcosa da mangiare dalla cucina». Già, gli avanzi dei turisti… Ma non pensa a quello quando le salgono un paio di lacrime agli occhi: «Certo, è l’ultimo lavoro che avrei voluto fare…». Sono dipendenti dello Stato anche le parrucchiere: altro che guardia di finanza che controlla le ricevute, qui incassano 25 dollari per ogni straniera che vuol tornare a casa con le treccine. Vanno tutti al governo, esclusi i 10 dollari mensili del salario. L’abbiamo vista, con le lacrime agli occhi, raccontare che vorrebbe un bimbo ma non può, ha paura di non avere abbastanza soldi per nutrirlo. Lavorare con i turisti vuol dire anche orbitare attorno ad alberghi, spiagge e itinerari di visita. Basta un banchetto con prodotti artigianali, per attirare chi ha i dollari in tasca. Certo, per diventare piccolo commerciante bisogna pagare: la tassa statale vale 100 dollari al mese, un’enormità pensando al salario medio. Talvolta bisogna aggiungere l’affitto del suolo nella proprietà degli alberghi, fino a 40 dollari al giorno. Cento dollari… così tanti che al mercatino di Trinidad probabilmente siamo diventati famosi. Abbiamo cercato di pagare con una banconota da cento: «Hai da cambiare?». Ha aperto gli occhi, la donna che vendeva ricami, sbalordita: «Nooooo…» poi ha preso la banconota in mano e l’ha mostrata alle vicine. Un pezzo da cento, dieci mesi di salario medio, usciti da una tasca tutti in una volta… Del resto una notte all’hotel Presidente di Cuba costa 126 dollari. Forse è per questo che le persone che ci lavorano guardano il pavimento, con aria triste. Sono state le uniche persone che non abbiamo visto sorridere. Buffo, è una sorta di apertura al libero mercato, così odiato e represso, il concedere ai piccoli artigiani di vendere in proprio. E non è l’unica. Se sei cubano non puoi, per esempio, aprire una gelateria. Se sei straniero sì: ci si accorda con il governo, si apre una società mista (il 51 per cento resta dello Stato) e si comincia a lavorare. «Quello di cui abbiamo bisogno è di un po’ più di libertà di iniziativa» ha detto un uomo, abituato a viaggiare all’estero, una rarità per un cubano. «Ma il cambiamento arriverà, pian piano. Abbiamo visto che cosa è successo in Russia. Non vogliamo ripetere lo stesso errore». Pian piano, entrano anche le industrie straniere: il petrolio lo si estrae con l’aiuto di francesi e canadesi. Il rum Havana Club viene distribuito in Europa e nel resto del mondo, anche per un accordo tra governo cubano e la multinazionale dei liquori “Pernod Ricard”. Una multinazionale, mentre sugli scaffali delle librerie c’è un testo di Fidel Castro, con un lungo intervento contro la globalizzazione. Ma la coerenza non è materia per regimi, a qualunque ideologia si ispirino. Ai regimi servono simboli, nemici da odiare ed eroi a cui ispirarsi. Fidel Castro è un simbolo, quasi più che una persona. Nessuno sa dove viva. Lo si immagina, a volte, perché intorno a una strada a La Havana si accalca la polizia. Ma il suo viso è ovunque, su tutti i cartelloni stradali, numerosi e grandi come in Occidente lo sono le pubblicità dei dentifrici. All’ingresso di ogni provincia, un messaggio di Fidel spiega quali sono le caratteristiche della gente che la abita: laboriosa, colta, umile o tenace, in una parola “revolucionaria”. L’eroe è celebrato a Santa Clara, dove hanno portato il corpo di Ernesto Che Guevara e dei guerriglieri che morirono con lui in Bolivia. Un enorme mausoleo accoglie i visitatori, nella città dove vinse una battaglia decisiva per “Cuba libre”: dentro niente foto, niente cappelli in testa, solo silenzio, come in una chiesa cattolica, come in una moschea. Il nemico è dall’altra parte dell’oceano: un cartello a La Havana ricorda ai «signori imperialisti» che non hanno paura. Sta in una piazza intitolata alla «lotta contro l’imperialismo». Paranoia? Sì, ma è la stessa che si respira in Usa: c’è una nuova legge che permetterà agli statunitensi di reclamare i beni confiscati loro dopo l’ascesa al potere di Fidel. E Bush ha detto, in occasione del 4 luglio, che non vede l’ora di accogliere chi cerca di scappare, andando a prendere i profughi in mare se necessario. In mezzo, c’è la gente. Che ha fame, fatica a trovare i soldi per sopravvivere e vede i turisti che buttano via dollari su dollari in poche ore. Gente che non può nemmeno lamentarsi perché a scrivere sul muro che Fidel deve smetterla si viene arrestati come dissidenti e si rischiano anni di prigione. Eppure è gente che è sempre pronta a sorridere, che adora la sua terra e la sua musica e adora la gente, anche quella con tanti dollari che forse avrebbe il diritto di odiare. Gente che sorride e che, con il metro di pensiero consumista, dovrebbe solo piangere. Bella lezione, vero? |
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