Chernobyl, all’ombra della centrale

per pranzo bastano sedici fette di cetriolo

di Luisa Nuccio (15 maggio 2001)

 

 

 

La prima cosa a colpirmi è l'assenza di colore. Lo noti subito, non appena atterri all'aeroporto di Minsk. Grigia la pista, grigio il cielo, grigie le piante e l'erba, grigia e spoglia l'unica sala in cui vengono gestiti arrivi e partenze, in cui si dorme la notte o si fa uno spuntino. Avevo accolto la proposta di seguire il gruppo viglianese dell'associazione "Un sorriso per Chernobyl" non soltanto per scopi giornalistici. Ero spinta da un misto di curiosità, paura, voglia di capire e di aiutare - non sapevo come - quei bambini conosciuti in estate, durante la loro vacanza nel Biellese per un "mese d'aria" pulita, non contaminata. Ed eccomi nella capitale bielorussa.

Nel piazzale ci attende un pullman per accompagnarci in albergo. Dietro il finestrino, la prima impressione è quella di una tranquilla città pulita, con decine di spazzini a raccogliere le immondizie in strada. Costruzioni imponenti e ben tenute, scuole esteticamente migliori di quelle italiane. Biciclette, pedoni, autobus e macchine, traffico come da noi. Cartelloni con le stesse pubblicità che si vedono a Biella. Se non fosse per quella dominante grigia… Una patina, un "vestito" che avvolge ogni cosa, animata e non.

Mi sistemo in camera con Edda. Stefania, sua figlia, per tutta la settimana sarà ospite di Elena, la "sorella a distanza" che vive nella periferia cittadina. Ceneremo a casa sua.

La famiglia di Elena abita in uno dei grandi palazzi in cemento costruiti per accogliere le famiglie evacuate dalle zone più esposte alle radiazioni. Immaginate un gigantesco alveare, con migliaia di cellette… E' la sensazione che si prova quando, in lontananza, si iniziano a scorgere i condomini. Tutti uguali, neppure si riescono a contare. Se non fosse per Svetlana, la nostra guida, non riusciremmo mai a trovare, fra decine di portoncini d'ingresso, quello giusto. Mi sento a disagio, vorrei scappare. Tanto cemento mi pesa sullo stomaco.

In casa c'è un'esplosione di gioia. Elena accoglie la sua "sorellina" con un trasporto da commuovere. Lo stesso con Edda, perfino con me, che sta vedendo per la prima volta. In un cantuccio, la sua vera sorellina Olga scruta in silenzio. La serata scorre via in un lampo. Sulla tavola c'è un pranzo da banchetto di nozze. Insalata russa (quella vera, totalmente priva di maionese), le immancabili patate, alimento base della popolazione bielorussa, pesce. Poi la vodka, quella che, in segno di amicizia, saremo "obbligati" a bere prima di ogni pasto, secondo l'usanza locale. E al termine, s'intende, per digerire meglio.

Misha, il papà, continua a sorridere, a parlare e a riempire i bicchierini di vodka. Ogni tanto va in cucina a fumarsi una sigaretta, lontano dalle bambine per non farle tossire. La mamma ha il viso stanco, ma è radiosa. Ci mostra l'album delle foto di famiglia. Da settimane, ci racconta la guida in separata sede, la famiglia si stava preparando al nostro arrivo. Ha messo mano a tutti i risparmi per non farci mancare nulla, ha ricavato un posto nel piccolo e grazioso appartamento perché Stefy possa dormire con Elena; è il suo modo per ringraziare i "genitori a distanza" dell'accoglienza estiva. Le stanze sono arredate con cura. Alle pareti sono appesi alcuni tappeti. In Bielorussia questo è un particolare importante per capire la situazione economica in cui vive una famiglia. Il tappeto murale è un po' come un quadro per noi; lo si acquista soltanto dopo essersi assicurati che il cibo e gli abiti sono garantiti.

Le ragazze si raccontano otto mesi di lontananza. La piccola Olga, silenziosa, non lascia la mamma. Torniamo in albergo solo dopo mezzanotte, con il cuore pieno di gioia, negli occhi i volti sorridenti e le guance paonazze dall'emozione. "In fondo sono felici. Il brutto mostro della centrale sembra dimenticato" mi sorprendo a pensare prima di addormentarmi. Una considerazione che due giorni dopo, durante la visita ai villaggi attorno a Gomel, torna come uno schiaffo in pieno volto.

 

 

 

 

 

Il sorriso di due bambine

bielorusse

urante una delle vacanze

in Italia

(dal sito www.chernobyl.it/)

 

 

 

 

 

Conoscevo Rovinskaja Sloboda per averne sentito raccontare dai soci del "Sorriso". Più volte, nel raccogliere le testimonianze per i vari servizi giornalisti, mi ero lasciata coinvolgere dai racconti, soprattutto dalle fotografie scattate da chi, prima di Natale o intorno a Pasqua, si era recato laggiù per non far mancare un po' d'affetto e di conforto. Per me Rovinskaja era il simbolo del lavoro dell'associazione sul territorio bielorusso, il luogo in cui grazie ai Biellesi era stato allestito un "signor" laboratorio dentistico. Una specie di "isola felice" insomma, in cui la vita piano piano sembrava riaffiorare, in cui tutti i bambini partivano in estate per l'Italia e tornavano rinvigoriti uno o due mesi più tardi, con una valigia piena di abiti e medicinali per l'inverno. Soprattutto, con un tasso di radioattività corporea dimezzato rispetto alla partenza, merito dell'aria sana e dei cibi non contaminati. Ora, dietro il finestrino osservo sgomenta la strada maestra del villaggio, una sottile striscia in terra battuta, con buche così profonde da infossare ogni volta le ruote. In lontananza, due bambini si rincorrono calciando un barattolo arrugginito. Sposto lo sguardo dai loro maglioni lisi alla mia giaccavento "Fila", cerco di trattenere le lacrime. Sono così frastornata che non ricordo neppure il motivo per cui sono lì. Le famiglie vivono in catapecchie, molte delle quali non hanno i vetri. Nei piccoli orti, unica fonte di sostentamento, c'è quasi sempre una magra vaccherella per il latte dei bambini. Dovrei fare le interviste, scattare fotografie per il mio reportage, invece sembro paralizzata. Mi richiama al senso del dovere il presidente dell'associazione: "Chiedi pure quello che vuoi, qui la gente non vede l'ora di raccontare la sua verità ai giornali". Già, la verità, quella che i giornalisti dovrebbero cercare ad ogni costo. Proprio come fece la Pravda in quel terribile fine aprile, tacendo ogni notizia relativa allo scoppio del reattore numero quattro e invitando, anzi, la popolazione ad uscire in strada per festeggiare il primo maggio. Il pensiero di scrivere per un giornale che non censurerà il mio servizio, chissà perché, non mi  aiuta a sentirmi meglio. Non riesco, di fronte a quelle persone, a tirare fuori penna e taccuino. Preferisco parlare con loro, vivere le loro emozioni e cercare, per quanto possibile, di capire.

Il sindaco del villaggio è una donna, Tamara Lepeska. Bellissima, come la maggior parte delle donne bielorusse. Energica e piena di risorse, come tutte le madri che devono crescere dei figli tra gli stenti. Parsimoniosa come tutti gli abitanti del villaggio, benché nella sua casa ci siano una sala con la moquette e il bagno interno. Ci offre vodka, ci aggiorna sui progetti per la ricostruzione delle docce e delle saune pubbliche. Uno dei problemi maggiori, racconta infatti, è l'igiene personale. Le case del villaggio sono monolocali o poco più, non hanno bagni. Vengono stabiliti i termini dell'intervento: sarà questo il prossimo obiettivo del "Sorriso". Prima di rientrare in albergo facciamo visita alla famiglia di Sasha, il "bimbo" di uno dei nostri accompagnatori. In sala, nel servizio buono, bevande e dolci che saranno costati mezzo stipendio del papà. A piedi torniamo verso l'auto. Da una casupola fa capolino una testa. Una donna ci invita a entrare. E' quasi ora di pranzo e la famiglia sta per mettersi a tavola. E' apparecchiato per quattro, papà, mamma, due bambini. Nel piatto di portata (uno dei nostri piattini per il dolce), vi è il pranzo: 16 fette di cetriolo. Ci invitano a prenderne un po', a dividere il pasto. Come non pensare alle volte in cui, pulendo la lattuga, si buttano intere foglie per eliminare una piccola parte guasta? O agli avanzi della cena che finiscono in pattumiera? Rifiutiamo i cetrioli fingendo di aver già mangiato.

 

 

La strada

principale

del villaggio

di Babici

 

Il villaggio di Babici dista circa sette chilometri da Rovinskaja. Ci arriviamo che è da poco passato mezzogiorno. Ci stanno aspettando nell'edificio scolastico, uno dei pochi in buone condizioni e dotato di acqua potabile. Gregory, il direttore, ci accompagna nelle aule, ci mostra i prodotti artigianali costruiti dai ragazzi. C'è anche un laboratorio di chimica. Naturalmente lo strumento più utilizzato e il rivelatore di radioattività. Gli studenti hanno analizzato gli alimenti, dai funghi al latte. Tutti i prodotti che crescono nella terra presentano un livello di contaminazione anche di sei, sette volte superiore alla soglia di tollerabilità. Sono particolarmente tossici i funghi e le bacche del sottobosco.

Il problema di Babici è la mancanza di acqua potabile e di corrente elettrica. Solo metà villaggio ha questi servizi. Qui il "Sorriso" cercherà di realizzare un acquedotto e durante il pranzo il direttore presenta la "lista della spesa" richiesta dal presidente dell'associazione. La povertà del villaggio traspare da ogni angolo. I pavimenti delle case sono quasi tutti in terra battuta, non si vedono certo tappeti alle pareti. I bagni non esistono e quelli della scuola, separati di circa trecento metri dall'edificio principale, sono tre buchi nel terreno. Nella maggior parte delle famiglie i papà, rimasti disoccupati, sono fuggiti oppure si ubriacano, per scordare la tristezza della vita. I pochi rimasti faticano a sbarcare il lunario lavorando per il Kolchoz. E' ancora grazie alle donne se si sopravvive. Sempre sorridenti, tenaci, con occhi grandi e rassicuranti per i loro bambini, per madri e suocere. Una babuska, una nonna sessantenne, ci invita in casa sua. In braccio ha un neonato con il sederino nudo e il naso che gocciola. "Non ha freddo?" chiediamo. "Niet", risponde con un sorriso. Ci stringiamo nelle giacche a vento. Ripenso più volte al piccolo, il suo volto mi è tuttora familiare; la forbice del tempo difficilmente riuscirà a reciderlo.

Penultimo giorno del viaggio, quello verso Chernobyl. Siamo solo in quattro, autista compreso. E' un giovane ingegnere di trent'anni. Ha vissuto in prima persona il dramma dell'esplosione, all'epoca era ancora studente. Ci racconta cose terribili. Ad esempio di come i funzionari di governo, avvenuto lo scoppio, fecero evacuare i villaggi circostanti solo una decina di giorni più tardi. E la precedenza sui carri della salvezza venne data al bestiame, il cui valore commerciale era senz'altro maggiore.

A dieci chilometri dal "mostro" già compaiono i cartelli di divieto d'accesso, accanto a quelli che segnalano la presenza di radioattività. Vediamo la centrale solo da lontano. Le piante intorno a noi sono secche, alte e scure come spettri. Il contatore geiger segnala una soglia di contaminazione di venti volte superiore alla soglia di rischio. Eppure fuori da qualche capanna ci sono i panni stesi ad asciugare, segno evidente che c'è chi le abita. "La scelta è morire per le radiazioni oppure di fame" è la spiegazione laconica del nostro autista. Ancor più terribile è sapere che il rischio di una nuova esplosione è più che reale. La manutenzione non è stata fatta, neppure oggi si sta lavorando per la sicurezza. Il cuore del reattore potrebbe far saltare il sarcofago entro cui è racchiuso e provocare un nuovo disastro. Senza contare le altre 20 centrali sparse sul territorio sovietico il cui futuro promette gli stessi eventi vissuti a Chernobyl.

Di fronte a un posti di blocco rinunciamo per sempre al tentativo di raggiungere il complesso nucleare. Tornando a Gomel, non abbiamo voglia di parlare. Ci limitiamo a osservare quei boschi grigi, le case abbandonate e quelle purtroppo abitate. Nota curiosa: queste ultime sono state ridipinte di giallo e di verde brillante.

Quella notte non posso dormire. Ora capisco perché tanta rassegnazione nella gente, soprattutto nei giovani. Comprendo i motivi che spingono ragazze intelligenti e molto carine a gettarsi nelle braccia del primo straniero sperando di lasciarsi alle spalle l'inferno. Peccato che lo straniero il più delle volte spezzi soltanto il loro cuore.

 

Sono passati alcuni anni da quel viaggio. Ancora sento di non averlo "metabolizzato". Sovente il mio pensiero corre a Babici o a Rovinskaja. Quando qualcuno a tavola spreca il cibo mi è impossibile non raccontare l'aneddoto delle 16 fette di cetriolo; i miei amici ormai mi anticipano citando l'esempio al posto mio. E quando sorrido a un bambino in braccio a una nonna che lo colma di attenzioni e regali, non posso non pensare alla babuska col nipotino seminudo. Ero partita per aiutare - non sapevo come - quelle persone. Ora ho la certezza di non aver fatto nulla per farle stare meglio. Ma è altrettanto vero che un cambiamento grande è avvenuto nelle mie scale di valori. Credo che i bambini bielorussi debbano continuare a venire in Italia d'estate. Più che convinta. Ma credo anche che sarebbe indispensabile organizzare "vacanze" in Bielorussia per gli Italiani. Un piccolo aiuto in più per loro, una grande lezione di vita per noi.

 

LINKS

Il portale delle associazioni italiane pro Chernobyl

L’associazione biellese Smile

Il portale internazionale di Chernobyl

La storia della centrale e dello scoppio

 

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