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memoria di Carlo Urbani, il medico ucciso dal virus che ha scoperto per primo (10 maggio 2003) |
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Carlo Urbani non era famoso. I riflettori dell’opinione pubblica non si erano mai occupati di inquadrarlo. O forse era lui che non li aveva mai cercati. Pensava al suo lavoro. Anche se “lavoro” probabilmente non era la parola giusta. Era un medico. E, facendo il medico, è morto, ucciso da un virus che è stato il primo a scoprire, un “veleno” che si chiama Sars (Severe Acute Respiratory Syndrome) o, in italiano, polmonite atipica. Non aveva una clinica. Ne aveva molte. Aveva lavorato per Medici Senza Frontiere, in luoghi del mondo in cui una siringa sterile è una preziosa conquista. Ne era stato presidente e per conto dell’associazione, nel 1999 quando ne era presidente, aveva ritirato il premio Nobel per la pace. Poi era passato all’Organizzazione Mondiale della Sanità: aveva funzioni di coordinatore per l’area del Sud Est asiatico ad Hanoi, in Vietnam. Lavorava sodo, e in silenzio: «Non dobbiamo essere egoisti, io devo pensare agli altri» ha scritto nell’ultima lettera alla moglie Giuliana. Raccontava solo agli amici le sue esperienze, i racconti dei luoghi disperati che aveva visto, la battaglia quotidiana e quasi inerme contro le malattie anche più banali. E quando tornava a casa, a Castelplanio, sulle montagne della provincia di Ancona, scriveva sul bollettino della parrocchia. Non di sé, ma del vecchio prete morto da poco. «Lui era così» ha ricordato il parroco don Mariano. «presentava le relazioni ufficiali ai congressi dell'Organizzazione mondiale della sanità e poi trovava il tempo di scrivere un articolo per il nostro giornalino, o di impegnare mezza giornata per raccontare ai nostri bambini del catechismo come vivono i bambini poveri del mondo». Il giornalino della parrocchia è andato esaurito: nei giorni successivi alla morte di Carlo Urbani, tutti ne hanno voluto una copia, in paese. |
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Carlo Urbani in una recente immagine (dal sito web di Repubblica)
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È morto all’ospedale di Bangkok, dove era andato per partecipare a un convegno. A febbraio aveva isolato per primo quel virus, a diretto contatto con un paziente gravemente ammalato, un uomo d’affari americano ricoverato nell’ospedale di Hanoi. Conosceva i rischi. Ma l’importante era raggiungere il risultato, sapere che cosa stava minacciando la vita dei pazienti. «Non era un tipo da scrivania» ha detto la moglie Giuliana. «Era sempre sul campo, tra i malati». Quando in Thailandia la febbre ha cominciato a salire, Carlo Urbani ha capito subito tutto. Ha telefonato alla moglie: «Prendi i ragazzi e torna in Italia». Non ha voluto nemmeno rivederli. Il contatto avrebbe potuto contagiarli. La donna ha obbedito: ha caricato i figli, di 17, 10 e 5 anni, su un aereo e li ha rimandati a casa. Poi è andata a Bangkok. Per poter salutare per l’ultima volta il marito, chiuso nel reparto d’isolamento, ha dovuto accettare un compromesso: lo ha visto dietro un vetro. Lui soffriva, sotto sedativi per sopportare il dolore, senza mai perdere conoscenza e, soprattutto, ben conscio, da medico, del destino che lo attendeva. «Abbiamo parlato per telefono» racconta la moglie. «Mi ha detto che era molto grave e di non farmi illusioni. Ho capito tutto, che era il suo ultimo saluto». Carlo Urbani è morto
all’età di 47 anni, in una stanza dell’ospedale di
Bangkok, il 17 marzo 2003. Lascia il suo esempio, l’esempio di un uomo
che sulla rivista torinese “Missionari Consolata”, nel febbraio
2000, raccontava così la Cambogia: «Qui
nei villaggi si muore anche di diarrea. Si muore di Aids, che trova nella
capillare rete di prostituzione e bordelli l'ideale terreno di coltura per
una crescita esponenziale. E proprio qui i farmaci per curare l'infezione e
le complicanze sono introvabili. Questo paese, con le guerre e i massacri
sembra un immenso sacrario. Per fortuna, questo pesantissimo ricordo è
vissuto dai khmer con discrezione, quasi come una vergogna da coprire. Per me
e la mia famiglia è stato come conoscere i sopravvissuti di Auschwitz,
vittime dell'ennesimo olocausto». La moglie, dopo la sua morte, ha reso
noto il testo di una lettera che le aveva scritto il 23 giugno del 2000:
«Sono cresciuto inseguendo il miraggio di incarnare i sogni. Ed ora
credo di esserci riuscito. Ho fatto dei miei sogni la mia vita e il mio
lavoro. Anni di sacrifici mi permettono oggi di vivere vicino ai problemi, a
quei problemi che mi hanno sempre interessato e turbato. Quei problemi oggi
sono anche i miei, in quanto la loro soluzione costituisce la sfida
quotidiana che devo accettare. Ma il sogno di distribuire accesso alla salute
ai segmenti più sfavoriti delle popolazioni è diventato oggi il
mio lavoro. E in quei problemi crescerò i miei figli, sperando di
vederli consapevoli dei grandi orizzonti che li circondano, e magari vederli
crescere inseguendo sogni apparentemente irrangiungibili, come ho fatto
io». In
memoria di Carlo Urbani, l’Organizzazione Mondiale della Sanità
ha chiamato il virus della polmonite atipica “Sars Carlo Urbani”.
Ora, su di lui, i riflettori non si spegneranno più. |
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LINKS L’Organizzazione Mondiale della Sanità Medici Senza Frontiere |
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